venerdì 29 novembre 2013

VIDEOCELLULA

Il videocellulare  


Pochi studenti oggi a scuola. Sciopero generale. Per cosa? Per questo malcontento diffuso, per questo senso d’insicurezza e di povertà che ci portiamo dentro da alcuni anni, quelli in cui sembra trionfare l’opulenza di pochi sulla necessità di molti. Quelli in cui si stanno creando tragiche premesse: a pagarne le conseguenze saranno la cultura e i giovani che dovranno lottare per inserirsi in un tessuto lavorativo logoro e sfiduciato. Mi concederò un lusso rinuncerò a un’ora di paga per sentirmi ancora utile a qualcosa, a qualcuno. Sciopero.
  Qualche incertezza in vicepresidenza sul ‘si può, non si può’ , ‘ora vedo se mi conviene oppure no’ , ‘ma la normativa’, ‘quello di una categoria è diverso da quello di un’altra’ , ‘ma per quale sindacato lo fai?’ e via elencando le tristezze della classe docente.
  In laboratorio c’è solo l’extracomunitario equadoregno. ‘Ripassa qualcosa così poi t’interrogo’, e posso mettere ancora un sei; stiracchiato stavolta, grigio. Per me. Per lui, ancora un piccolo passo avanti verso il diploma che la sua mamma sogna per lui come fosse per se stessa, mentre spolvera i mobili antichi della grande casa in cui fatica.
  L’altra ora in un’aula al terzo piano dell’ala nuova. Corridoio lungo, sei scalini faticosi, altro corridoio che costeggia una delle palestre. Si sente il pallone battere e le grida, gli incitamenti d’una partita sudata. Un altro interminabile corridoio. Finalmente l’ascensore; speriamo che non si blocchi. Fruscio della porta che scorre, si apre, si chiude. Salire, salire. I cavi d’acciaio silenziosamente tesi allo spasimo. L’ascensore si ferma. Sul piano tutto deserto non un battito cardiaco, nemmeno il mio. Dietro l’angolo la porta, giro la maniglia ed entro in aula.
  Anche qui sono pochi: alcuni giocano con un mazzo di carte paradossale, ogni carta è enorme, abnorme, come ‘fuori norma’ è il loro comportamento: non scolastico. Sorridono silenziosi. Arrivo alla cattedra a mi siedo, spalle al muro con la grande lavagna nera. Due sono alla finestra e guardano un cellulare. ‘Ci lascia riposare, oggi? prof ?’ ‘sì, fate pure’.
  Abbandono il mio ruolo tranquillo di professore, il mio status contrattuale, ma io mi sento già all’erta; cosa succederà nella mia mente, sarò punito? Mi invitano a giocare a carte. Mi avvicino e mi siedo. Uno è visibilmente sorpreso, ride per l’imbarazzo. ‘Non hai mai giocato a carte con un professore?’ chiedo. ‘No mai’,  risponde lui; un secchetto dai capelli castani e lisci, e il naso a becco d’aquila. I due lontani fanno ginnastica: piegamenti sul pavimento. Vorrei vincere, a traversone, un tressette in cui perde chi fa più punti, più prese. Ogni partita non si contano neanche, i punti, ma sto perdendo sicuramente. Fuori, nell’alto dei cieli, nuvole cupe si esibiscono in una pioggerella brillante e finissima, gelida.

  I due hanno finito la ginnastica e si avvicinano uno mi dice che si farebbe interrogare anche subito dico io ma poi mi accorgo che in effetti finge un altro fa che significa che il debito è stato parzialmente recuperato vale o non vale che ne so dico io per me non significa nulla io poi i debiti non li do perché dice uno perché preferisco e faccio un gesto un passo falso lo so che sto esagerando ma ormai mi sento uno di loro e col pollice passato sotto la gola da un lato all’altro faccio capire che preferisco eliminare anziché ferire non riesco a spiegare che sto tentando di spaventarli e non altro come fosse un gioco.

 ‘Professore, vuole vedere un video?’ ‘al videocellulare ? perché no?’ ‘è un po’ forte’ dice lui penso a qualcosa di porno o forse mi hanno fatto delle foto mentre gioco a carte, chissà,  no, è……. ‘il video di un’esecuzione una decapitazione’ dice. ‘Aspetti’. Io non ci credo, si sta prendendo gioco di me. Dopo qualche minuto mi passa il videocellulare ‘dura un paio di minuti ma è proprio forte’.
  Mi metto in un angolo e guardo; mi forzo di guardare il piccolo schermo che ho in mano. Credo di avere lo sguardo stravolto della vecchia attrice di ‘Viale del tramonto’, che scende le scale credendo di essere protagonista di un film. In fondo l’attendono i poliziotti. Vedo.

  Un giovane con gli occhiali, la camicia bianca e i calzoni scuri forse blu, sta inginocchiato, anzi no, accosciato come in posizione fetale, ma seduto su un prato verde smeraldo. Si guarda intorno, sullo sfondo un bosco, di betulle dai riflessi argentati e cespugli scuri. Esterno giorno. La scena è muta, lo sparo non si sente; adesso piega di lato le gambe. Gli hanno sparato alle ginocchia. Sono sicuri che non scapperà.
Ora si avvicina un gruppo di pixel variopinti con le gambe e da un lato spunta il fucile. Vorrei piangere, un portone di piombo mi ha chiusa la gola.
I pixel ora hanno una lama scintillante, i pixel hanno una mano che afferra la testa per i capelli. Primo piano: la lama recide piano la carotide poi tronca di netto la testa, che non sembra sanguinare. Primissimo piano. Ora la testa è poggiata sulle gambe. Tutto è durato meno della prova di trazione che facciamo in laboratorio di tecnologia. Devo essere duro. Restituisco il videocellulare e la campanella mi salva strillando istericamente.
Saluto ed esco.

  Fuori della scuola chiuso in macchina mi accendo una sigaretta e la fumo con rabbia come fosse l’ultima poi svuoto sull’asfalto nero il portacenere troppo pieno di cicche: puzza da vomitare.