Il videocellulare
Pochi studenti oggi a scuola. Sciopero generale. Per cosa? Per questo malcontento diffuso, per questo senso d’insicurezza e di povertà che ci portiamo dentro da alcuni anni, quelli in cui sembra trionfare l’opulenza di pochi sulla necessità di molti. Quelli in cui si stanno creando tragiche premesse: a pagarne le conseguenze saranno la cultura e i giovani che dovranno lottare per inserirsi in un tessuto lavorativo logoro e sfiduciato. Mi concederò un lusso rinuncerò a un’ora di paga per sentirmi ancora utile a qualcosa, a qualcuno. Sciopero.
Qualche
incertezza in vicepresidenza sul ‘si può, non si può’ , ‘ora vedo se mi
conviene oppure no’ , ‘ma la normativa’, ‘quello di una categoria è diverso da quello
di un’altra’ , ‘ma per quale sindacato lo fai?’ e via elencando le tristezze
della classe docente.
In laboratorio
c’è solo l’extracomunitario equadoregno. ‘Ripassa qualcosa così poi
t’interrogo’, e posso mettere ancora un sei; stiracchiato stavolta, grigio. Per
me. Per lui, ancora un piccolo passo avanti verso il diploma che la sua mamma
sogna per lui come fosse per se stessa, mentre spolvera i mobili antichi della
grande casa in cui fatica.
L’altra ora in
un’aula al terzo piano dell’ala nuova. Corridoio lungo, sei scalini faticosi,
altro corridoio che costeggia una delle palestre. Si sente il pallone battere e
le grida, gli incitamenti d’una partita sudata. Un altro interminabile
corridoio. Finalmente l’ascensore; speriamo che non si blocchi. Fruscio della
porta che scorre, si apre, si chiude. Salire, salire. I cavi d’acciaio
silenziosamente tesi allo spasimo. L’ascensore si ferma. Sul piano tutto
deserto non un battito cardiaco, nemmeno il mio. Dietro l’angolo la porta, giro
la maniglia ed entro in aula.
Anche qui sono
pochi: alcuni giocano con un mazzo di carte paradossale, ogni carta è enorme,
abnorme, come ‘fuori norma’ è il loro comportamento: non scolastico. Sorridono
silenziosi. Arrivo alla cattedra a mi siedo, spalle al muro con la grande
lavagna nera. Due sono alla finestra e guardano un cellulare. ‘Ci lascia
riposare, oggi? prof ?’ ‘sì, fate pure’.
Abbandono il
mio ruolo tranquillo di professore, il mio status contrattuale, ma io mi sento
già all’erta; cosa succederà nella mia mente, sarò punito? Mi invitano a
giocare a carte. Mi avvicino e mi siedo. Uno è visibilmente sorpreso, ride per
l’imbarazzo. ‘Non hai mai giocato a carte con un professore?’ chiedo. ‘No
mai’, risponde lui; un secchetto dai
capelli castani e lisci, e il naso a becco d’aquila. I due lontani fanno
ginnastica: piegamenti sul pavimento. Vorrei vincere, a traversone, un
tressette in cui perde chi fa più punti, più prese. Ogni partita non si contano
neanche, i punti, ma sto perdendo sicuramente. Fuori, nell’alto dei cieli,
nuvole cupe si esibiscono in una pioggerella brillante e finissima, gelida.
I due hanno
finito la ginnastica e si avvicinano uno mi dice che si farebbe interrogare
anche subito dico io ma poi mi accorgo che in effetti finge un altro fa che
significa che il debito è stato parzialmente recuperato vale o non vale che ne
so dico io per me non significa nulla io poi i debiti non li do perché dice uno
perché preferisco e faccio un gesto un passo falso lo so che sto esagerando ma
ormai mi sento uno di loro e col pollice passato sotto la gola da un lato
all’altro faccio capire che preferisco eliminare anziché ferire non riesco a
spiegare che sto tentando di spaventarli e non altro come fosse un gioco.
‘Professore,
vuole vedere un video?’ ‘al videocellulare ? perché no?’ ‘è un po’ forte’ dice
lui penso a qualcosa di porno o forse mi hanno fatto delle foto mentre gioco a
carte, chissà, no, è……. ‘il video di
un’esecuzione una decapitazione’ dice. ‘Aspetti’. Io non ci credo, si sta
prendendo gioco di me. Dopo qualche minuto mi passa il videocellulare ‘dura un
paio di minuti ma è proprio forte’.
Mi metto in un
angolo e guardo; mi forzo di guardare il piccolo schermo che ho in mano. Credo
di avere lo sguardo stravolto della vecchia attrice di ‘Viale del tramonto’,
che scende le scale credendo di essere protagonista di un film. In fondo
l’attendono i poliziotti. Vedo.
Un giovane con
gli occhiali, la camicia bianca e i calzoni scuri forse blu, sta inginocchiato,
anzi no, accosciato come in posizione fetale, ma seduto su un prato verde
smeraldo. Si guarda intorno, sullo sfondo un bosco, di betulle dai riflessi
argentati e cespugli scuri. Esterno giorno. La scena è muta, lo sparo non si
sente; adesso piega di lato le gambe. Gli hanno sparato alle ginocchia. Sono
sicuri che non scapperà.
Ora si avvicina un gruppo di pixel variopinti con le
gambe e da un lato spunta il fucile. Vorrei piangere, un portone di piombo mi
ha chiusa la gola.
I pixel ora hanno una lama scintillante, i pixel hanno
una mano che afferra la testa per i capelli. Primo piano: la lama recide piano
la carotide poi tronca di netto la testa, che non sembra sanguinare. Primissimo
piano. Ora la testa è poggiata sulle gambe. Tutto è durato meno della prova di
trazione che facciamo in laboratorio di tecnologia. Devo essere duro.
Restituisco il videocellulare e la campanella mi salva strillando
istericamente.
Saluto ed esco.
Fuori della
scuola chiuso in macchina mi accendo una sigaretta e la fumo con rabbia come
fosse l’ultima poi svuoto sull’asfalto nero il portacenere troppo pieno di
cicche: puzza da vomitare.