PIDARTVINTAGE
Ricevimento genitori antimeridiano
Ricevimento genitori antimeridiano. L’antisala
dell’aula magna è gelida e semivuota. Dalle finestre con le sbarre che danno
sul marciapiede davanti alla scuola, una luce livida, invernale, illumina
leggera quattro o forse sei banchi bianchi con due sedie ai lati ciascuno.
Sembra la sala d’attesa di un ospedale. Sussurri di un colloquio in un angolo.
Due genitori ai lati della porta d’ingresso. Mi siedo con le spalle al
calorifero. Una mamma, la faccio accomodare, parliamo del figlio che non va
male tranne che in matematica. “Sono separata da anni” “l’altra mia figlia fa
l’università”. Va via sorridendo quasi tranquilla, è bella e ancora giovane. Un
padre “suo figlio va bene solo dovrebbe chiacchierare di meno e non farsi
trascinare dagli altri”. Le solite pappardelle. Mi saluta sorridendo. Mi guardo
intorno, tutto è silenzio e grigiore.
Una madre si
materializza davanti i miei occhi, sta in piedi.
Io, incuriosito - Si accomodi prego.
Lei, a mezza voce - Grazie.
Io - La mamma di?
Lei, con gli occhi bassi - Di …….
Io - So già della delicatezza del caso, stia
tranquilla che stiamo facendo tutto il possibile.
Lei - Mi scuso di non essere potuta venire al
ricevimento pomeridiano della scorsa settimana.
Io - Non si preoccupi, il suo figliolo me lo ha
comunicato.
Lei, gli occhi rossi
- Sta iniziando a uscire dal silenzio e il fatto che le abbia detto
questo mi fa sperare.
Io - In effetti lo vedo spesso come assente, guarda
fuori delle finestre come se si sentisse in una prigione.
Lei - La sorella è andata via di casa.
Io - Ma lei sa dov’è.
Lei - Si, ma è che…
Io, ricordando l’altro problema e sperando che sia
stato esagerato - Suo marito come sta?
Lei, piangendo ma precisa - Ha un carcinoma.
Io, prendendole la mano - Coraggio, lei è perno della
sua casa e deve reggere un gran peso.
Lei, piange senza più trattenersi - Eugenio ha reagito
col silenzio e la mia figliola con la fuga.
Io - Una porticina si sta aprendo nel suo figliolo,
vedrà che le sarà d’aiuto.
La madre si tampona gli occhi con un piccolo
fazzoletto.
Parlo, senza
averne l’autorità, di autismo leggero e delle eventuali terapie di gioco. Parlo
della percezione del mondo interrotta e che, forse…, chissà…, e non mi rendo
conto che la madre è addolorata, sì per il figlio, sì per il marito con gli
anni contati ma di più per quella figlia lontana, che ha rifiutato le sue
responsabilità. Ma come si fa a quella età, quando si dovrebbe giocare, amare e
avere un padre di quarantacinque anni forte e protettivo e tutto crolla
d’improvviso e sfugge!
Il viso minuto
dalla pelle chiarissima svanisce lentamente e gli occhi cerulei si sciolgono
nel grigiore della sala. La sua mano non è fredda, ma immobile nella mia. Chi
sono io che mi permetto di toccare questa estranea nell’illusione di
trasferirle calore, speranza. Nelle sue vene non sento scorrere nulla. Forse da
tempo nessuno toccava più la sua mano stretta a pugno nella mia, che la
contiene. Non si svincola, non si libera, la timidezza o forse la speranza, la
trattiene. Cerco di rinforzare il perno, vorrei farle capire che esistono gli
altri che anche lei deve trovare le sue piccole porte da aprire, dolorosamente.
A un tratto svanisce. Nell’aria fredda è suonata la campanella, devo tornare in
aula.
Mentre
m’incammino mi torna la contentezza di avere messo dei sei oggi e meritati . Ho
interrogato, non alla lavagna, ma seduti intorno alla cattedra: un dialogo alla
pari, tranquillo. Il boss della classe, passando accanto, ha controllato il
modo e ha dato il suo assenso con un sorriso burbero come sempre, col naso
arrossato dal freddo.