venerdì 29 novembre 2013

RICEVIMENTO A

 PIDARTVINTAGE

 Ricevimento genitori antimeridiano

  Ricevimento genitori antimeridiano. L’antisala dell’aula magna è gelida e semivuota. Dalle finestre con le sbarre che danno sul marciapiede davanti alla scuola, una luce livida, invernale, illumina leggera quattro o forse sei banchi bianchi con due sedie ai lati ciascuno. Sembra la sala d’attesa di un ospedale. Sussurri di un colloquio in un angolo. Due genitori ai lati della porta d’ingresso. Mi siedo con le spalle al calorifero. Una mamma, la faccio accomodare, parliamo del figlio che non va male tranne che in matematica. “Sono separata da anni” “l’altra mia figlia fa l’università”. Va via sorridendo quasi tranquilla, è bella e ancora giovane. Un padre “suo figlio va bene solo dovrebbe chiacchierare di meno e non farsi trascinare dagli altri”. Le solite pappardelle. Mi saluta sorridendo. Mi guardo intorno, tutto è silenzio e grigiore.

  Una madre si materializza davanti i miei occhi, sta in piedi.

Io, incuriosito - Si accomodi prego.
Lei, a mezza voce - Grazie.
Io - La mamma di?
Lei, con gli occhi bassi - Di …….
Io - So già della delicatezza del caso, stia tranquilla che stiamo facendo tutto il possibile.
Lei - Mi scuso di non essere potuta venire al ricevimento pomeridiano della scorsa settimana.
Io - Non si preoccupi, il suo figliolo me lo ha comunicato.
Lei, gli occhi rossi  - Sta iniziando a uscire dal silenzio e il fatto che le abbia detto questo mi fa sperare.
Io - In effetti lo vedo spesso come assente, guarda fuori delle finestre come se si sentisse in una prigione.
Lei - La sorella è andata via di casa.
Io - Ma lei sa dov’è.
Lei - Si, ma è che…
Io, ricordando l’altro problema e sperando che sia stato esagerato - Suo marito come sta?
Lei, piangendo ma precisa - Ha un carcinoma.
Io, prendendole la mano - Coraggio, lei è perno della sua casa e deve reggere un gran peso.
Lei, piange senza più trattenersi - Eugenio ha reagito col silenzio e la mia figliola con la fuga.
Io - Una porticina si sta aprendo nel suo figliolo, vedrà che le sarà d’aiuto.
La madre si tampona gli occhi con un piccolo fazzoletto.

  Parlo, senza averne l’autorità, di autismo leggero e delle eventuali terapie di gioco. Parlo della percezione del mondo interrotta e che, forse…, chissà…, e non mi rendo conto che la madre è addolorata, sì per il figlio, sì per il marito con gli anni contati ma di più per quella figlia lontana, che ha rifiutato le sue responsabilità. Ma come si fa a quella età, quando si dovrebbe giocare, amare e avere un padre di quarantacinque anni forte e protettivo e tutto crolla d’improvviso e sfugge!

  Il viso minuto dalla pelle chiarissima svanisce lentamente e gli occhi cerulei si sciolgono nel grigiore della sala. La sua mano non è fredda, ma immobile nella mia. Chi sono io che mi permetto di toccare questa estranea nell’illusione di trasferirle calore, speranza. Nelle sue vene non sento scorrere nulla. Forse da tempo nessuno toccava più la sua mano stretta a pugno nella mia, che la contiene. Non si svincola, non si libera, la timidezza o forse la speranza, la trattiene. Cerco di rinforzare il perno, vorrei farle capire che esistono gli altri che anche lei deve trovare le sue piccole porte da aprire, dolorosamente. A un tratto svanisce. Nell’aria fredda è suonata la campanella, devo tornare in aula.
  Mentre m’incammino mi torna la contentezza di avere messo dei sei oggi e meritati . Ho interrogato, non alla lavagna, ma seduti intorno alla cattedra: un dialogo alla pari, tranquillo. Il boss della classe, passando accanto, ha controllato il modo e ha dato il suo assenso con un sorriso burbero come sempre, col naso arrossato dal freddo.