Trincee di carta
Dodici banchi
per undici studenti, tanti ne sono rimasti in quinta da ventotto che erano in
terza.
Diciassette, deceduti in vari modi, tutti tragici. I
più fortunati, quelli provenienti da famiglie danarose, se li è inglobati la
scuola privata. Altri li ha inghiottiti la strada; qualcuno si decompone
davanti a un televisore, in famiglia. Anche se non siamo gli unici colpevoli,
io continuo a pensare, colpevolmente, a quei dodici. La scuola deve attrezzarsi
in un nuovo modo. Le tracce degli scomparsi non sono svanite: rimangono nei
ricordi dei superstiti.
I superstiti, quelli che il caso ha portato fino in
quinta. Ripeto: solo il caso. Un voto al consiglio di classe, riunito per gli
scrutini conclusivi, ha deciso della vita, tutta la vita di ciascuno di quei diciassette.
Due soli consigli di classe, quello della terza e quello della quarta. Oggi in
aula ci sono tutti, undici presenti e diciassette lontani.
Nella piccola
aula, l’ultima coppia di banchi, quelli di due amici da tanti anni, oggi è
ricoperto da mucchi multicolori di carte di gomme, di cioccolatini, di
caramelle.
Un laghetto di trucioli di matita temperata sorregge
una lattina di coca decorata da ghirigori liberty, fa da sfondo una bocca
masticante un toast che cola formaggio.
Trincee,
perché il mondo degli adulti fa male, giudica e non capisce. Il mondo degli
anziani vuole regole e gli studenti sanno di essere giovani e dunque devono
inventarne di nuove. Per fare questo devono disattendere le regole vecchie,
quelle che non funzionano più. Questo sanno farlo molto bene.
Devo stare
calmo e sorridere seduto in cattedra mentre penso alla contromossa opportuna
che non crei scompiglio ma neanche collusione. Gli altri, zitti, ai loro
banchi, con le loro trincee di zaini e contenitori penneschi. L’atleta
nuotatore ha piazzato l’enorme casco protettivo a protezione del suo ultimo
costosissimo videogioco. Cinquecento euro. Quanto devo lavorare io, un
professore, per guadagnare cinquecento euro e poi che cosa ci posso fare.
Campare; altro che comprarmi un passatempo. Le spese per il vitto di una
famiglia di un professore di quattro
persone: ottocento euro al mese. Più non si può con un reddito solo. Calma,
apro il registro, faccio l’appello, lentamente. Urlerei dalla rabbia, ma non lo
faccio. Regolarizziamo le giustificazioni per le assenze e i ritardi.
Un respiro
profondo, mi alzo e vado all’angolo dell’aula, mi chino (dolore di schiena)
prendo il cestino e mi avvicino, deciso, al banco della trincea di carta
colorata. In silenzio riempio il cestino, i ragazzi mi aiutano, rapidi.
Riporto il cestino al suo angolo. La lotta è finita,
un sospiro di sollievo e la lezione continua. Per interrogare voglio ruotare la
cattedra per vedere meglio la lavagna.
Chiamo i due dell’estrema trincea. Mi sposto,
strisciando la sedia sul pavimento. Spalle all’angolo dell’aula, in corner.
Quelli ubbidiscono al mio ordine di alzare la cattedra e ruotarla e
avvicinarmela. Tornano al loro posto. La lezione continua. Abbiamo vinto in
dodici, oggi. Peccato che non ci siano con noi i defunti.