venerdì 29 novembre 2013

TUBI

Tubi vecchi

  “Addio fiorito asil di letizia e di …” ricordavo il famoso brano che Pinkerton vilmente declamava fuggendo. Struggenti le note e dolcissimo il veleno, che non scivola in una tazza di tè fumante; nessun presagio del successivo suicidio, della poco furba fanciulla dagli occhi a mandorla e dal candido kimono. Penso alla signora Letizia, odierno ministro dell’italica pubblica istruzione. Scendo dal solito autobus affollato e mi avvio verso scuola costeggiando l’alta muraglia del palazzo della ‘Caritas’. La brunetta della terza mi passa accanto e mi saluta. Strano che non sia in classe, siamo già alla terza ora di lezione. Entro a scuola e dal cortile un collega sorridente mi comunica che per un tubo dell’acqua rotto negli scantinati, ieri sera hanno dovuto chiudere tutto. Quando stamattina hanno riaperto le valvole, il vaso d’espansione del circuito caldaie non ha sostenuto la pressione e la scuola si sta allagando. Lunghe macchie grigie striano le pareti dei corridoi. La scuola non ha retto alla circolare sul ricevimento genitori e sulla data degli scrutini di fine trimestre a dicembre. Ha avuto un piccolo infarto. Piange. La rianimazione è durata un solo giorno. Sabato tutto si è rimesso nel solito moto, cupo, e le vibrazioni fanno sussultare l’edificio nel modo di sempre, vecchio e forse inutile. Molta energia sprecata. Si è messa sul “terzo gradino1 da sola. Ha potuto respirare solo un giorno. Poco.
  Il terzo gradino, quello in cui tutti noi insegnanti dovremmo imparare a sostare qualche volta, nella segretezza dei nostri percorsi alla ricerca del modo migliore per “insegnare a chi non vuole imparare 2. Il terzo gradino è il luogo più amato dai nostri studenti quello dal quale non possono essere visti né dal corridoio né dalle finestre della vicepresidenza. Ricordo alcuni passi di un libro, che semina quesiti in attesa di risposta.

<<Caro Giuseppe, in attesa di una tua lettera, mi siedo ‘ sul terzo gradino’ e provo a dare voce alle domande che tengono me e te sulla corda: è sempre necessario obbligare i ragazzi ‘che di scuola non ne vogliono’ ?>> 3

<<Cara Rosalba,[…] la lingua che parla la scuola non è più in sintonia con la lingua madre dei ragazzi. […] Le cose a cui chiediamo di pensare e che chiediamo di fare a scuola sono sempre più lontane da quelle che i ragazzi pensano e fanno quando non sono a scuola
. Eppure, proprio per questa minor pertinenza nel contesto delle loro vite, la scuola ha paradossalmente sempre più importanza.>> 4

  Quanta fatica e pazienza e trucchi useremo per motivare e attrarre alla conoscenza. Bastasse fare asciugare le pareti della scuola e spargere a piene mani sui pavimenti dei corridoi allagati manciate di segatura gialla. Le bidelle, camice bianco e guanti e stivali di gomma color verde militare, spazzano i mucchi di trucioli impastati d’acqua e riempiono sacchi neri di plastica. Albero, da cui viene il legno e la segatura, grazie per la tua esistenza. Grazie operai delle cartiere. Grazie macchine rotanti e spillatrici per i quaderni.
  Un’altra giornata trascorre. Stamattina non ho potuto misurarmi nell’arena dell’aula o tra i banconi del laboratorio, fra bilance e calibri. La brunetta aveva uno sguardo felice; chissà forse potrà fare una bella passeggiata col suo ragazzo e tra i sentieri del giardino, testimoni sui platani frondosi, i merli dal becco giallo, ci scapperà un primo bacio d’amore.
  E mi viene da pensare che forse il territorio non ne vuole sapere di mappe e di elucubrazioni mentali. Forse…


(1) Giuseppe Bagni, Rosalba Conserva, Insegnare a chi non vuole imparare, EGA 2005, p.5.
(2) Ivi, pp. 9/10.
(3) Ivi, p. 92.
(4) Ivi, pp. 48/49.