Tubi vecchi
“Addio fiorito
asil di letizia e di …” ricordavo il famoso brano che
Pinkerton vilmente declamava fuggendo. Struggenti le note e dolcissimo il
veleno, che non scivola in una tazza di tè fumante; nessun presagio del
successivo suicidio, della poco furba fanciulla dagli occhi a mandorla e dal
candido kimono. Penso alla signora Letizia, odierno ministro dell’italica
pubblica istruzione. Scendo dal solito autobus affollato e mi avvio verso
scuola costeggiando l’alta muraglia del palazzo della ‘Caritas’. La brunetta
della terza mi passa accanto e mi saluta. Strano che non sia in classe, siamo
già alla terza ora di lezione. Entro a scuola e dal cortile un collega
sorridente mi comunica che per un tubo dell’acqua rotto negli scantinati, ieri
sera hanno dovuto chiudere tutto. Quando stamattina hanno riaperto le valvole,
il vaso d’espansione del circuito caldaie non ha sostenuto la pressione e la
scuola si sta allagando. Lunghe macchie grigie striano le pareti dei corridoi.
La scuola non ha retto alla circolare sul ricevimento genitori e sulla data
degli scrutini di fine trimestre a dicembre. Ha avuto un piccolo infarto.
Piange. La rianimazione è durata un solo giorno. Sabato tutto si è rimesso nel
solito moto, cupo, e le vibrazioni fanno sussultare l’edificio nel modo di
sempre, vecchio e forse inutile. Molta energia sprecata. Si è messa sul “terzo gradino”1 da sola. Ha
potuto respirare solo un giorno. Poco.
Il terzo
gradino, quello in cui tutti noi insegnanti dovremmo imparare a sostare qualche
volta, nella segretezza dei nostri percorsi alla ricerca del modo migliore per
“insegnare a chi non vuole imparare”
2. Il terzo gradino è il luogo più amato dai nostri studenti quello dal
quale non possono essere visti né dal corridoio né dalle finestre della
vicepresidenza. Ricordo alcuni passi di un libro, che semina quesiti in attesa
di risposta.
<<Caro
Giuseppe, in attesa di una tua lettera, mi siedo ‘ sul terzo gradino’ e provo a
dare voce alle domande che tengono me e te sulla corda: è sempre necessario
obbligare i ragazzi ‘che di scuola non ne vogliono’ ?>> 3
<<Cara Rosalba,[…] la lingua che parla la scuola non è più in sintonia con la lingua madre dei ragazzi. […] Le cose a cui chiediamo di pensare e che chiediamo di fare a scuola sono sempre più lontane da quelle che i ragazzi pensano e fanno quando non sono a scuola. Eppure, proprio per questa minor pertinenza nel contesto delle loro vite, la scuola ha paradossalmente sempre più importanza.>> 4
<<Cara Rosalba,[…] la lingua che parla la scuola non è più in sintonia con la lingua madre dei ragazzi. […] Le cose a cui chiediamo di pensare e che chiediamo di fare a scuola sono sempre più lontane da quelle che i ragazzi pensano e fanno quando non sono a scuola. Eppure, proprio per questa minor pertinenza nel contesto delle loro vite, la scuola ha paradossalmente sempre più importanza.>> 4
Quanta fatica
e pazienza e trucchi useremo per motivare e attrarre alla conoscenza. Bastasse
fare asciugare le pareti della scuola e spargere a piene mani sui pavimenti dei
corridoi allagati manciate di segatura gialla. Le bidelle, camice bianco e
guanti e stivali di gomma color verde militare, spazzano i mucchi di trucioli
impastati d’acqua e riempiono sacchi neri di plastica. Albero, da cui viene il
legno e la segatura, grazie per la tua esistenza. Grazie operai delle cartiere.
Grazie macchine rotanti e spillatrici per i quaderni.
Un’altra
giornata trascorre. Stamattina non ho potuto misurarmi nell’arena dell’aula o
tra i banconi del laboratorio, fra bilance e calibri. La brunetta aveva uno
sguardo felice; chissà forse potrà fare una bella passeggiata col suo ragazzo e
tra i sentieri del giardino, testimoni sui platani frondosi, i merli dal becco
giallo, ci scapperà un primo bacio d’amore.
E mi viene da
pensare che forse il territorio non ne vuole sapere di mappe e di elucubrazioni
mentali. Forse…
(1) Giuseppe Bagni, Rosalba Conserva, Insegnare a chi non vuole imparare, EGA
2005, p.5.
(2) Ivi, pp. 9/10.
(3) Ivi, p. 92.
(4) Ivi, pp. 48/49.