Cono d’ombra. Credo che un
errore frequente del docente sia: apparire. Al suo ingresso la platea
silenziosa dovrà risplendere della sua luce. Abbaglierà tutti e il gioco non
faticherà a instaurarsi. Solo la sua voce chiara e stentorea o i suoi grafici
alla lavagna d’ardesia o luminosa o proiettati sullo schermo da uno strumento
digitale, invaderanno l’aula. Non vede se stesso comunicare, dunque in realtà
non comunica, ma trasferisce qualcosa in quelle che pensa siano menti vuote da
riempire del suo vasto sapere, con l’imbuto. Mettersi nel proprio cono d’ombra,
invece, allenta le vere paure, quelle della solitudine e dell’incomprensione.
Sono le interferenze con le onde emanate dal pensiero degli studenti quelle che
creano consapevolezza del capire a quale serio e severo gioco si stia impegnando il gruppo nella sua
totalità. Emozioni profonde.
Come quando
‘mia madre’, nel buio di una stanza di tanti anni fa, volle farmi comprendere,
con un’arancia e una candela accesa, in che modo il sole illumina la terra e
come il cono d’ombra funziona. Alle pareti, una tappezzeria di rose scarlatte
scintillava come braci fumanti e io credevo che lei mi amasse.
A volte le
madri non sono destinate ad amare i loro figli, specialmente quelli venuti per
forza e durante una guerra che pareva non dovesse finire mai.
Una passione che non viene dal cuore, mediata
freddamente dal pensiero, genera mostri, magari capaci di replicare la
curiosità che taglia in mezzo il cuore, diabolicamente.
La natura,
indifferente, crea ancora coni d’ombra. La foglia mostra al sole un lato ma
anche quello inferiore, meno illuminato, s’impadronisce del verde
clorofilliano. Una forza primordiale s’imprime ovunque. E’ solo questo che ci
fa andare oltre: l’amore di tutti quelli che sanno amare e che hanno saputo
amare la vita e se stessi.