venerdì 29 novembre 2013

OMBRA


Cono d'ombra

Cono d’ombra. Credo che un errore frequente del docente sia: apparire. Al suo ingresso la platea silenziosa dovrà risplendere della sua luce. Abbaglierà tutti e il gioco non faticherà a instaurarsi. Solo la sua voce chiara e stentorea o i suoi grafici alla lavagna d’ardesia o luminosa o proiettati sullo schermo da uno strumento digitale, invaderanno l’aula. Non vede se stesso comunicare, dunque in realtà non comunica, ma trasferisce qualcosa in quelle che pensa siano menti vuote da riempire del suo vasto sapere, con l’imbuto. Mettersi nel proprio cono d’ombra, invece, allenta le vere paure, quelle della solitudine e dell’incomprensione. Sono le interferenze con le onde emanate dal pensiero degli studenti quelle che creano consapevolezza del capire a quale serio e severo gioco  si stia impegnando il gruppo nella sua totalità. Emozioni profonde.
  Come quando ‘mia madre’, nel buio di una stanza di tanti anni fa, volle farmi comprendere, con un’arancia e una candela accesa, in che modo il sole illumina la terra e come il cono d’ombra funziona. Alle pareti, una tappezzeria di rose scarlatte scintillava come braci fumanti e io credevo che lei mi amasse.
  A volte le madri non sono destinate ad amare i loro figli, specialmente quelli venuti per forza e durante una guerra che pareva non dovesse finire mai.
Una passione che non viene dal cuore, mediata freddamente dal pensiero, genera mostri, magari capaci di replicare la curiosità che taglia in mezzo il cuore, diabolicamente.

  La natura, indifferente, crea ancora coni d’ombra. La foglia mostra al sole un lato ma anche quello inferiore, meno illuminato, s’impadronisce del verde clorofilliano. Una forza primordiale s’imprime ovunque. E’ solo questo che ci fa andare oltre: l’amore di tutti quelli che sanno amare e che hanno saputo amare la vita e se stessi.