Ritardi e giustificazioni
Al mattino entro nell’aula tranquilla, calda e pulita.
Appendo il giaccone all’uncino sul muro e mi siedo
alla cattedra. Tiro fuori dalla borsa il registro personale, le carte, la
calcolatrice, le penne e in breve il ripiano diventa la mia scrivania, il mio
piano da lavoro. Sono questi i miei attrezzi, come i mattoni, la calce e la
carriola sono quelli del muratore.
Apro il registro di classe e leggo le probabili
assenze da giustificare, i nomi, il lavoro svolto o da svolgere, e attendo che
il nuovo miracolo avvenga.
A gruppi di
due, tre o da soli gli studenti appaiono dalla porta spalancata, salutano,
rispondo, e poi si siedono a raccontarsi le loro cose a voce bassa. A volte
ridendo, a volte alzando il tono; per farsi protagonisti. Io sento il loro
fonare, come fruscii del bosco e come i richiami delle volpi e degli uccelli.
“Sono qui! sono qui! anche oggi vivo e giovane”. Il presente è vivente e
scatenato. Mi insegnano la pazienza, dunque meritano che io, filtrando i noiosi
contenuti cifrati, insegni la sapienza con gesti curati e borbottii e brevi storie accattivanti.
Occorre anche, con rapidi colpi di mano aperta sulla cattedra, ottenere il
silenzio delle voci.
Ed è lì,
dentro l’aula, che bisogna sentire, ancora, l’incanto delle loro menti
caotiche, assaporare la meraviglia delle loro espressioni accigliate,
l’attrazione della loro noia e il massimo ottenibile come sollecitazione
pregiata: l’addormentarsi di quello all’ultimo banco. Devi trovare il modo
perché quello che dici abbia un livello musicale affinché percorra le sue
trombe d’Eustachio per giungere fino al suo inconscio.
E sperare che l’apprendimento biologico, (creaturale,
direbbe Gregory Bateson1) metacomunicativo, funzioni come un reale
paradosso.
Nella lentezza
del sogno, calcolare quanto tempo ci sia
voluto per preparare il missile : mischiare molecole, preparare la cartina , il
filtro con un pezzetto di cartoncino morbido.
Nel calcolo anche “tre tre giù giù2” vuole
il suo numero di minuti e secondi. Anche stare attenti a non farsi le “brasche3”
sul davanti del giaccone. Il ritardo al massimo sarà di dieci minuti. Occorre
adesso fare l’accordatura dei nomi, il rito delle giustificazioni, quello del
rimprovero “mi raccomando fai meno assenze, meno ritardi, non ti giocare
l’anno”.
Qualche firma sui libretti sbiaditi e ciancicati e la
performance continua, dura un’ora a volte due e poi a provare un altro concerto
in un’altra classe con altri suonatori.
Mi incammino, spero di non fare troppi ritardi.
D’altronde il tempo del tragitto occorre, e una sosta al bar per due
chiacchiere e un caffè, con l’accento giusto (caffè) , occorre.
(1) Gregory Bateson (9 maggio 1904–4 luglio 1980), antropologo,
sociologo, linguista e studioso di cibernetica britannico.
(2) nel gergo degli studenti: tre boccate in rapida
successione e mandare giù il fumo.
(3) nel gergo degli studenti: bruciature da brace di
sigaretta.