venerdì 29 novembre 2013

FACCE

Facce da galera

  Cesare Lombroso non ha bisogno di presentazioni. Vi è in ciascuno di noi una parte che resta ancorata a un’antica idea: bello è buono, brutto è cattivo.
  Si può dare testimonianza di avere conosciuto gente dal viso angelico capace delle nefandezze più oscene, come gli aguzzini e le aguzzine dei campi di concentramento, si può riferire anche di ceffi capaci di atti d’amore e d’eroismo, ma rimane comunque e forte la lezione formalizzata del grande criminologo.
  Una piccola e bruna professoressa di matematica al consiglio di classe riferisce con agitazione di essere stata maltrattata da uno studente che proponeva, a seguito di un rimprovero, la richiesta di una testimonianza oculare.
  “Le cicche di sigaretta davanti alla porta dell’aula sono vostre” gridava innervosita agli studenti che erano arrivati con il solito ritardo. “Come fa ad affermarlo con sicurezza?” si difendevano gl’impuniti.
  La simpatica signora continua a raccontare che, peraltro, al suono della campanella, senza attendere l’assegnazione dei compiti per casa, molti si alzano ed escono precipitosi.
  Maledetto suono tremolante che annuncia il cambio delle sofferenze, quando ci lascerai riversare la nostra onnipotenza sui recalcitranti reclusi! Noi professori amiamo non considerare il tempo che passa, né ci interessa capire chi abbiamo davanti al naso, quello che vogliamo è che si seguano le regole.
Poche, semplici: stai fermo e seduto, in silenzio, non respirare. Il mio sapere, per mia perfetta bravura entrerà per incanto dalle tue orecchie e dai tuoi occhi fino al cervello. E rimarrai ben fritto per tutta la vita. Pronto per una società in cui ripeterai una serie di litanie e di procedure e tutto sarà ben strutturato per chi ti comanda. Non devi pensare a nulla.
  Per ulteriore conferma al suo preciso modo di giudicare, la professoressa di matematica aggiunge un episodio.
“Quel giorno, al cancello di scuola, dovetti bloccare uno studente che tentava di forzare la serratura per fare entrare due estranei con facce da galera”.
  Mentre racconta, per smorzare l’orrore del ricordo, accenna uno sguardo che chiede soccorso. Gli occhi neri vorrebbero coinvolgere il gruppo di una decina di colleghi. Occhi, nel brusio, spenti da una risata lontana, divertita e continua, che smonta il grottesco giocattolo in costruzione. Le nostre facce: rughe, borse sotto gli occhi, capelli bianchi o biondo tinti delle colleghe, qualcuno senza capelli, un cranio da Cucciolo. Pancioni, pancette, nasi piccoli, nasi grandi , nasi a punta, affilati, baffetti, baffoni, leggeri trucchi attorno agli occhi delle belle colleghe, sembriamo clown da circo; eppure le proporzioni del cranio, di qualcuno e di qualcuna, avrebbero fatto la gioia di Lombroso.
  Siamo stanchi e abbiamo dormito poco stanotte, forse la nostra ‘Ragione’ dorme sempre e riusciamo a creare, ottimi mostri. Attenti a etichettare uno studente con una definizione precisa e a tentare di farla condividere anche al gruppo. Parliamo spesso di branco, come se noi stessi non diventassimo mai branco e invece è proprio quello che succede sempre nei consigli di classe. Da una parte il branco degli studenti e dall’altra, per loro, il branco dei professori e professoresse. Per loro?
  Durante i consigli di classe per gli scrutini, sarebbe interessante piazzare qua e là, strategicamente, alcune videocamere e riprendere il tutto. Dovremmo seguire delle regole, c’è un ordine del giorno, insomma una serie di argomenti da affrontare, magari comunicando fatti e pareri singolarmente per poi creare un dibattito.     
Quando mai! Ognuno parla sull’altro e interviene a difesa di ciò che ha detto prima e stravolge tutto. Si cerca sempre un aggiustamento al ribasso.

 E l’entropia cresce a dismisura. Se qualcuno si permette un intervento a difesa viene tacciato di buonismo sessantottino. “Non è una classe secolarizzata!” risuona spesso. Invece di descrivere singoli “individui”, ci riferiamo sempre al gruppo/branco.
Sarebbe preferibile il gregge tranquillo a brucare per pascoli noti e non ci accorgiamo che, ormai, sono bravi lupi.
Altro che ‘cavalli da condurre all’abbeveratoio ed è loro compito bere’. Questi, oggi, sono esseri liberi con nuovi linguaggi misteriosi per noi incomprensibili.
La cultura dovrebbe essere un cavallo ben sgozzato e squartato perché è di sangue e di carne che hanno sete e fame.
Gli adulti della tribù possono solo portare alla caverna le carcasse degli animali uccisi durante cacce faticose.
Si può solo raccontare la caccia, la paura e la fatica, il pericolo e la gioia della riuscita. I modi, le armi e le strade saranno altre e se le troveranno da soli. La selvaggina si sposta nel fitto della foresta e sarà sempre più difficile nutrirsi. Siamo noi che gli insegniamo l’arte dell’inganno, della contraffazione, della simulazione. Questo lo imparano bene. Altro che essere credibili e sinceri, gli insegniamo la menzogna del voto, degli orari e delle nostre assenze, le contraffazioni dei documenti. E vorremmo che fossero sinceri e credibili. Possono essere, e ci riescono benissimo, incredibili. Per la forza della loro voglia di vivere e di lottare dalla trincea in cui li abbiamo sistemati a dovere.
Basterebbe rimanere in silenzio sulla comoda poltrona alla cattedra e sentirli ‘vivere’. Parlare, borbottare, disegnare ghirigori nei quaderni e sui banchi e sui muri. Vederli masticare il cibo, quei grossi panini con la nutella, e bere avidamente dalla lattina schiumeggiante coca cola. Sentire lo sciacquio della gomma americana masticata e rimasticata. Il buon vecchio chewingum oggi profuma di vaniglia e salvia, di fragola e di menta.
  Parliamo piano e disegniamo, lentamente, i nostri giochi alla lavagna: equazioni o cicli o schemi grafici o mappe concettuali. Due o tre prendono appunti e a casa studieranno, consultando anche i libri o forse il web.
Tutti gli altri si agitano e sognano… la libertà… la vita… la strada... gli amici… le amiche … le belle ragazze conosciute in discoteca... le sigarette fumate… le sbronze… le corse in macchina….
  L’aula è una prigione che li rende insofferenti, vogliono uscire, passeggiare per i corridoi, andare al bagno a fare pipì, chiamare qualcuno al cellulare, mandare un messaggio, aspettano l’uscita come una liberazione. Vogliono liberarsi da chi vuole a tutti i costi giudicarli , valutarli, catalogarli, aiutarli a tutti i costi a crescere. Loro crescono comunque anche senza scuola anche senza famiglia anche senza obiettivi fissati da altri.
   Ho visto un giorno alla fermata dell’autobus un nostro studente, impenitente assenteista. Ero stanco della giornata scolastica e nell’attesa lo osservavo.
Mi aveva riconosciuto ma non ci siamo salutati.
Ho storto lievemente la bocca e sono rimasto a distanza. Giornata assolata. Il palo giallo sosteneva il corpo basso e panciuto, aveva la sacca dell’equipaggiamento per la ginnastica, accanto, sull’asfalto. Il giaccone nero aperto sulla maglietta bianca con disegni neri, e  un inquietante paio di occhiali da sole. Nerissimi, larghi, da gatto con due strisce come sopracciglia candide sulla parte superiore. In un film di Fellini li avrebbe indossati una passeggiatrice di via Veneto, sotto un grande cappello di paglia a pagoda.
Dopo mezz’ora è arrivato il lungo autobus con a metà la fisarmonica, sono salito, è ripartito. Lui è rimasto lì, fermo, immobilizzato in una posa senza tempo. Inquietante.