Facce da galera
Cesare
Lombroso non ha bisogno di presentazioni. Vi è in ciascuno di noi una parte che
resta ancorata a un’antica idea: bello è buono, brutto è cattivo.
Si può dare
testimonianza di avere conosciuto gente dal viso angelico capace delle
nefandezze più oscene, come gli aguzzini e le aguzzine dei campi di
concentramento, si può riferire anche di ceffi capaci di atti d’amore e
d’eroismo, ma rimane comunque e forte la lezione formalizzata del grande
criminologo.
Una piccola e
bruna professoressa di matematica al consiglio di classe riferisce con
agitazione di essere stata maltrattata da uno studente che proponeva, a seguito
di un rimprovero, la richiesta di una testimonianza oculare.
“Le cicche di
sigaretta davanti alla porta dell’aula sono vostre” gridava innervosita agli
studenti che erano arrivati con il solito ritardo. “Come fa ad affermarlo con
sicurezza?” si difendevano gl’impuniti.
La simpatica
signora continua a raccontare che, peraltro, al suono della campanella, senza
attendere l’assegnazione dei compiti per casa, molti si alzano ed escono
precipitosi.
Maledetto
suono tremolante che annuncia il cambio delle sofferenze, quando ci lascerai
riversare la nostra onnipotenza sui recalcitranti reclusi! Noi professori
amiamo non considerare il tempo che passa, né ci interessa capire chi abbiamo
davanti al naso, quello che vogliamo è che si seguano le regole.
Poche, semplici: stai fermo e seduto, in silenzio, non
respirare. Il mio sapere, per mia perfetta bravura entrerà per incanto dalle
tue orecchie e dai tuoi occhi fino al cervello. E rimarrai ben fritto per tutta
la vita. Pronto per una società in cui ripeterai una serie di litanie e di
procedure e tutto sarà ben strutturato per chi ti comanda. Non devi pensare a
nulla.
Per ulteriore
conferma al suo preciso modo di giudicare, la professoressa di matematica
aggiunge un episodio.
“Quel giorno, al cancello di scuola, dovetti bloccare
uno studente che tentava di forzare la serratura per fare entrare due estranei
con facce da galera”.
Mentre
racconta, per smorzare l’orrore del ricordo, accenna uno sguardo che chiede
soccorso. Gli occhi neri vorrebbero coinvolgere il gruppo di una decina di
colleghi. Occhi, nel brusio, spenti da una risata lontana, divertita e
continua, che smonta il grottesco giocattolo in costruzione. Le nostre facce:
rughe, borse sotto gli occhi, capelli bianchi o biondo tinti delle colleghe,
qualcuno senza capelli, un cranio da Cucciolo. Pancioni, pancette, nasi
piccoli, nasi grandi , nasi a punta, affilati, baffetti, baffoni, leggeri
trucchi attorno agli occhi delle belle colleghe, sembriamo clown da circo;
eppure le proporzioni del cranio, di qualcuno e di qualcuna, avrebbero fatto la
gioia di Lombroso.
Siamo stanchi
e abbiamo dormito poco stanotte, forse la nostra ‘Ragione’ dorme sempre e
riusciamo a creare, ottimi mostri. Attenti a etichettare uno studente con una
definizione precisa e a tentare di farla condividere anche al gruppo. Parliamo
spesso di branco, come se noi stessi non diventassimo mai branco e invece è
proprio quello che succede sempre nei consigli di classe. Da una parte il
branco degli studenti e dall’altra, per loro, il branco dei professori e
professoresse. Per loro?
Durante i
consigli di classe per gli scrutini, sarebbe interessante piazzare qua e là,
strategicamente, alcune videocamere e riprendere il tutto. Dovremmo seguire
delle regole, c’è un ordine del giorno, insomma una serie di argomenti da
affrontare, magari comunicando fatti e pareri singolarmente per poi creare un
dibattito.
Quando mai! Ognuno parla sull’altro e interviene a
difesa di ciò che ha detto prima e stravolge tutto. Si cerca sempre un
aggiustamento al ribasso.
E l’entropia
cresce a dismisura. Se qualcuno si permette un intervento a difesa viene
tacciato di buonismo sessantottino. “Non è una classe secolarizzata!” risuona
spesso. Invece di descrivere singoli “individui”, ci riferiamo sempre al
gruppo/branco.
Sarebbe preferibile il gregge tranquillo a brucare per
pascoli noti e non ci accorgiamo che, ormai, sono bravi lupi.
Altro che ‘cavalli da condurre all’abbeveratoio ed è
loro compito bere’. Questi, oggi, sono esseri liberi con nuovi linguaggi
misteriosi per noi incomprensibili.
La cultura dovrebbe essere un cavallo ben sgozzato e
squartato perché è di sangue e di carne che hanno sete e fame.
Gli adulti della tribù possono solo portare alla
caverna le carcasse degli animali uccisi durante cacce faticose.
Si può solo raccontare la caccia, la paura e la
fatica, il pericolo e la gioia della riuscita. I modi, le armi e le strade
saranno altre e se le troveranno da soli. La selvaggina si sposta nel fitto
della foresta e sarà sempre più difficile nutrirsi. Siamo noi che gli
insegniamo l’arte dell’inganno, della contraffazione, della simulazione. Questo
lo imparano bene. Altro che essere credibili e sinceri, gli insegniamo la
menzogna del voto, degli orari e delle nostre assenze, le contraffazioni dei
documenti. E vorremmo che fossero sinceri e credibili. Possono essere, e ci
riescono benissimo, incredibili. Per la forza della loro voglia di vivere e di
lottare dalla trincea in cui li abbiamo sistemati a dovere.
Basterebbe rimanere in silenzio sulla comoda poltrona
alla cattedra e sentirli ‘vivere’. Parlare, borbottare, disegnare ghirigori nei
quaderni e sui banchi e sui muri. Vederli masticare il cibo, quei grossi panini
con la nutella, e bere avidamente dalla lattina schiumeggiante coca cola.
Sentire lo sciacquio della gomma americana masticata e rimasticata. Il buon
vecchio chewingum oggi profuma di vaniglia e salvia, di fragola e di menta.
Parliamo piano
e disegniamo, lentamente, i nostri giochi alla lavagna: equazioni o cicli o
schemi grafici o mappe concettuali. Due o tre prendono appunti e a casa
studieranno, consultando anche i libri o forse il web.
Tutti gli altri si agitano e sognano… la libertà… la
vita… la strada... gli amici… le amiche … le belle ragazze conosciute in
discoteca... le sigarette fumate… le sbronze… le corse in macchina….
L’aula è una
prigione che li rende insofferenti, vogliono uscire, passeggiare per i
corridoi, andare al bagno a fare pipì, chiamare qualcuno al cellulare, mandare
un messaggio, aspettano l’uscita come una liberazione. Vogliono liberarsi da
chi vuole a tutti i costi giudicarli , valutarli, catalogarli, aiutarli a tutti
i costi a crescere. Loro crescono comunque anche senza scuola anche senza
famiglia anche senza obiettivi fissati da altri.
Ho visto un
giorno alla fermata dell’autobus un nostro studente, impenitente assenteista.
Ero stanco della giornata scolastica e nell’attesa lo osservavo.
Mi aveva riconosciuto ma non ci siamo salutati.
Ho storto lievemente la bocca e sono rimasto a
distanza. Giornata assolata. Il palo giallo sosteneva il corpo basso e
panciuto, aveva la sacca dell’equipaggiamento per la ginnastica, accanto,
sull’asfalto. Il giaccone nero aperto sulla maglietta bianca con disegni neri,
e un inquietante paio di occhiali da
sole. Nerissimi, larghi, da gatto con due strisce come sopracciglia candide
sulla parte superiore. In un film di Fellini li avrebbe indossati una
passeggiatrice di via Veneto, sotto un grande cappello di paglia a pagoda.
Dopo mezz’ora è arrivato il lungo autobus con a metà
la fisarmonica, sono salito, è ripartito. Lui è rimasto lì, fermo,
immobilizzato in una posa senza tempo. Inquietante.