Esperimento col nastro di Moebius
La porta del laboratorio di tecnologia meccanica è spalancata, entro per chiedere informazioni all’assistente. Voglio provare se il cd, che ho masterizzato stamattina a casa, funziona. Sullo schermo lucente, il mio lavoro, seppur invocato non si palesa; qualcosa non va.
I due nuovi
tirocinanti della SSIS, ingegneri meccanici, sono presenti. Ci salutiamo e sto
per andar via, secondo me devo andare in una terza. Mi fermano: “ma è qui con
noi prof!”, i quattro studenti presenti, che giocano a carte, me lo ricordano
divertiti. Di sicuro pensano che il prof non ci sta più con la testa e, in
effetti, è così, mi sono perso alcuni giorni: per me non è venerdì ma ancora martedì.
Appendo il giaccone, mi siedo in cattedra e il pensiero riprende il suo filo.
Che fare? chiedo aiuto agli appunti, che tengo sempre nel registro personale.
Potenza delle fotocopie. Meno male, trovo l’acciaio Woozt e il Damasco,
l’acciaio a pacchetto. Quelli, solo quattro, (che è successo agli altri ?)
continuano a fare il loro gioco; mi devo inventare qualcosa. Con un sorriso
sfilo le carte dalle mani di uno che stava mescolando e le ammucchio in un
cassetto. Agli immusoniti sciorino il mio discorso sulla macchina di Turing,
metto una fila di carte con spazi tra l’una e l’altra, ora si sono seduti e io
sto in piedi.
Invento il monologo del collegamento che crea
obiettivi e li vedo sorridenti.
Le carte non
sono più un gioco ma, zero, gli spazi vuoti, e uno, i dorsi arabescati. Lo zero
e “lo” uno. Bastano pochi attimi, la mia voce è tranquilla e persuasiva. Li ho
in pugno. La lezione può iniziare. Leggiamo la storia dell’acciaio e scopriamo
che i cinesi, come al solito, conoscevano il modo di decarburare la ghisa
producendo acciaio con piccoli forni, secoli prima di noi europei. Volteggiano
spade affilatissime di samurai e quelle di damasco, arabescate per la procedura
di indurimento superficiale con fili sottili di metallo, applicati ‘a pacchetto’,
con una battitura che tempra. Il discorso si snoda tagliente, sembrano
conquistati sia gli studenti sia i tirocinanti della SSIS che scrivono fitto
sui loro quaderni. Accade che dopo un
quarto d’ora l’attenzione s’allenta e allora devo trovare un nuovo bivio e
racconto del nastro di Moebius e prendo una striscia di carta bianca e la ruoto
a spirale, una sola volta, e ricollego i lembi e invito a passare il dito sulla
superficie che diventa unica. Ecco esclamo: “questo è un solido con una sola
faccia”. Sembra che il paradosso funzioni, solo quello che chiamo chupa chupa
perché sta sempre con la palletta zuccherosa in bocca, non vuole farsi
imprigionare. Chiede: “ma se lo apro è di nuovo come prima”, “si ma allora è
un’altra cosa” rispondo “torna ad essere un solido con due facce: i due lati
della striscia di carta”. Sorride, poco convinto, e mi concede il passo.
Nel gioco si
sono delineate autonomamente nuove regole così dure da essere fragilissime:
pronte ad essere nuovamente usurate. Scivolati nuovamente nel pensiero
misterioso, non dichiarato, ora sono di nuovo tranquilli, quello che facciamo è
un gioco, ne hanno preso coscienza profonda. Un gioco terribilmente serio. Lo
rivelano gli sguardi attenti e vigili.
“Chissà cosa ci
possiamo inventare ancora?” pensiamo contemporaneamente tutti i presenti. Credo
anche oggi di avere creato ottimi cortocircuiti.
Il suono della campanella ci riporta alla realtà.
Ricordo Jaspers1, incontrato nei miei studi di metafisica. La
metafisica che, dopo essere stata distrutta, rinasce come l’araba fenice e
fortifica un pensiero che agisce, un’azione pensata. Comincio a osservarmi nel
pensiero.
‘E proprio adesso, che volevo cominciare per davvero, adesso che l’azione diviene passione d’insegnare è giunta l’ora di uscire dal mondo
della scuola e andare in pensione’.
Avere
imboccato insieme le due strade del bivio non ferma il pensiero di procedere;
qualche luccichio impreciso m'incanta, come tutto ciò che è nuovo per me
creatura vivente. Mi sento spaccato.
Esco, seguito
dai tirocinanti ansiosi di osservare un’altra didattica.
“Sapete” dico “credo che per arrivare a insegnare
qualcosa occorrano almeno trenta anni”. Naturalmente fingo e lo so bene, il
tempo non c’entra nulla. Per insegnare bene occorre soltanto guardare se stessi
in azione e concludere continuamente che da insegnare non c’è proprio
nulla se non l’emozione, la meraviglia
di avere la forza di stare con gli altri. Li porto con me in un’altra classe.
(1) Karl Theodor Jaspers (23 febbraio 1883 - 26 febbraio 1969) filosofo e
psichiatra tedesco.