venerdì 29 novembre 2013

FINIS

Il tango di Peter Pan

  La musica del tango scivola, guizza, promette. Manca qualcosa, un silenzio. Eccolo. Quale significato cerca di indicare? La fisarmonica è il respiro del vivente e la chitarra un incantevole black hole, denso di antimateria, che precipita attratta da una forza primordiale. Il pianoforte sottolinea l’ansito, fermato da rapidi colpi di bacchetta. Avviene una mutazione: un uccello minuscolo volteggia fremendo sul cuore d’un fiore, parlano di nutrimento.
Il puntuto becco arancione tocca e non tocca, attratto e respinto.
La farfalla dalle ali multicolori s’incrocia con l’altra e formano una creatura con quattro petali, otto. Sono prigioniere del numero pari.
Il pentagramma instaura rigore, salva al suo arrivo dispari un evento bloccato.
  Ieri su un banco, in classe, un libro impertinente (un saggio sulla scuola) è apparso improvviso. Nel deserto, punteggiato di vettori e schemi chiusi, è fiorito il cactus.
I petali gialli sfondano gli occhi; qualcosa avviene.
La lezione riprende nel solito caos, come un paragrafo dall’interpunzione inesatta. La lettura di un brano da quel libro ha funzionato da faro.
Adesso posso tornare a spiegare l’argomento della mia lezione.
La trave incastrata  ha una sezione resistente, calcolabile, ed il processo matematico s’innesta felicemente. Stanno prendendo nota della soluzione, come fosse unica; lo so già che sarà difficile far loro capire la variabilità delle possibili alternative. Si fa strada nelle loro menti che questa evenienza può essere costruita.
  Anche lo studente coi pantaloni a livello posteriore bassissimo con in bella vista le mutande firmate, quello che rifiutava qualunque relazione con lo studio, cura il suo quaderno di appunti.
Scrive chiaramente, e viene a chiedere conferma se quello che ha scritto sia esatto. Io lo so che ha solamente copiato dal compagno più capace. Il suo chiedermi conferme contiene un messaggio segreto: mi dice ‘sto cercando una strada’ .
  Devo essere forte; la fisarmonica mi avverte con note alte inquietanti ora aspre ora dolcissime e sottili. ‘Trasforma la frusta in bacchetta magica!’ mi dice ‘in nient’altro!’. Non devono volere bene a me, devono volere bene, a se stessi nel momento dell’apprendimento.
  Qui, l’insegnante deve ritrarsi, deve sparire. Deve lasciare spazio al sacro. Silenzio e stupore, assistendo al miracolo della creatura che muta. La lentezza è indispensabile. Un passo avanti e molti indietro. Una voce rassicura: è la mia? è la sua? È la nostra, in una simulazione di amplesso, nella sua sequenza di assalto e cedimento. L’idea del tango viene prima del tango. Nella mente, esisteva un luogo del tango, una sua zona. Non importa localizzare dove, per ciascuno è diverso. ‘Varia col tempo e le stagioni?’ no, il luogo del tango non varia col tempo e le stagioni: si sposta intorno al suo territorio e traccia delle mappe, continuamente mutanti. Sembra, immanente.  
  L’ombra si muove e parla, sogghigna e ride: Peter Pan vive, altrove. Il mitico folletto canta, in una sua milonga, versi ottonari; volando sulla baia delle sirene che pizzicano conchiglie chitarre. Le femminili creature condannate al non sesso, strette nelle squame d’argento, fanno stridere le sonore conchiglie paranoiche e il fanciullo costretto a sua volta a rimanere eternamente fanciullo cerca gli ottonari, prigioniero anch’esso dei numeri pari. La sua ombra intanto sogna parole nuove: forse Milonga era Kimbunda,  una regina africana…..

Giuseppe Davì



Bibliografia

Bateson Gregory, Verso un'ecologia della mente, Adelphi, ottava edizione, Milano, aprile 1988

Giuseppe Bagni, Rosalba Conserva, Insegnare a chi non vuole imparare, EGA 2005

Galileo Galilei, Nuncius sidereus. Traduzione italiana di Luisa Lanzillotta.
Opere di Galileo Galilei, Casa Editrice Riccardo Ricciardi Collana La Letteratura Italiana. Storia e Testi a cura di Ferdinando Flora, 1953
              
               Bertolt Brecth: Vita di Galileo, Editore Einaudi  (collana Einaudi tascabili. Teatro) 2005


MENTE

La mente diabolica

  Il sabato, dopo sei ore di fatiche, sentiamo spesso dire dai nostri colleghi: “oggi gli studenti sono stati proprio dei diavoli”.
Concordiamo e proseguiamo per la nostra via senza molto pensarci. Sentiamo fastidio, a volte paura. Quante volte abbiamo osservato sui muri della scuola strani disegni colorati di rosso e di nero e abbiamo pensato: ma non avevano niente di meglio da fare? A me qualche anno fa è capitato di leggere un enorme “devi morire”, preceduto dal mio cognome, che mi ha fatto salire il sangue alla testa perché di solito non ci pensiamo mai, ma è quello a cui tutti noi viventi siamo destinati. Estinguerci.
  E non mi consolava il fatto che non fosse stato precisato il come. Mi forzavo tutte le mattine a passare davanti a quel muro e a leggere. Non ne ho fatto parola mai con nessuno. Ricordo che fu un collega ad avvisarmi, lui lo aveva visto prima di me. Voleva condividere le sue paure. E ho iniziato a studiare la mia vera capacità di percezione. La pioggia anno per anno ha sbiadito le grandi lettere nere. Più di una volta ho sperato che l’ignoto pennello largo riprendesse quei percorsi. Oggi quasi non si legge più. Peccato. Adesso che ho cominciato a percepire sono spinto a ignorare. E riemerge il passato, vivido e significante.
  Avevo circa dieci o forse undici anni e la solita tonaca nera ricordò ai miei genitori che forse era ora di farmi fare “ la prima comunione”. Avevo frequentato assai poco la parrocchia della grande chiesa vicino casa a Palermo, così venne deciso che l’evento avvenisse a Caltanissetta, la mia città natale.
  La scuola era già finita e la calda estate siciliana già in piena fioritura. In fretta si prese il treno e lo sbigottito fanciullo, da riconsacrare alla religione di famiglia, venne ben istruito sul da farsi. “Ti devi incontrare con Dio, la comunione è una cosa misteriosa e meravigliosa, stanotte dormi bene ma domani mattina non devi mangiare nulla” tutte cose molto difficili.  “Se le suore ti chiedono se hai fatto il catechismo , devi dire di si, che sai tutto per bene anzi alla perfezione”. Cos’era il catechismo? chissà! Ripassai a mente tutta la notte l’ave maria e il credo e l’angelo di dio e il salve regina e non so che altro. I dieci comandamenti! Intanto mi preparavo a dire una grande bugia permessa. Ma non mi avevano sempre detto che dire bugie è peccato? Confusione suprema. Non dormii tutta la notte in casa dei nonni che di solito era tranquilla e accogliente.
  Tutti, intorno a me, erano preoccupati e infastiditi che questo diavoletto,  come ero considerato, dovesse compiere un rito per il quale si era dovuto procurare un abito bianco e un giglio per la fotografia. La testimonianza.
  Intontito per la notte insonne, coi capelli tagliati a zero o quasi rimaneva un ciuffo ribelle , mi infagottarono nei pantaloncini e la camicia e la giacca rimediati chissà dove e, di mattina presto, il veloce piccolo corteo, padre madre nonni e zii, si diresse alla cattedrale pietrosa e immensa.
  Le mie scarpe non erano candide. Il  luogo era deserto e ventoso, una suora frettolosa verificò la mia conoscenza delle preghiere e mi fece strane domande, alle quali non seppi che cosa rispondere. Un prete poi mi confessò. Terribile, non sapevo che dire, mi inventai qualche peccato tanto per farlo contento, senza capire le domande più interessate: cosa vuol dire fornicare e “ti tocchi?”.
Io pensavo che fornicare avesse a che fare con le formiche e che certo che mi toccavo sennò come mi lavavo la faccia e come mi mettevo le calze.
Il tutto fortunatamente durò pochi minuti. Ancora sconvolto dalla stupidità delle domande m’inginocchiai, la fronte bollente d’una febbre che mi era montata durante la notte.
Finalmente l’ostia consacrata mi fu messa in bocca e …….
Vomitai di botto e poi a più riprese un liquido schiumoso, vergognandomi come un cane. Alle mie spalle nessuno sembrava essersi accorto di nulla, ma io ero costernato. Quando fu tutto finito e si accorsero di quanto era accaduto, mormorai: “Ma, anche se ho vomitato, la comunione è sempre valida o la devo rifare?”
  Due cannoli di ricotta  mi consolarono rapidamente, poi lo zio mi accompagnò in una antica libreria in piazza, dove avrei scelto il libro che mi avrebbe regalato. Trottandogli vicino sognavo “Ventimila leghe sotto i mari “ o un Libro di pirati o robinsoncrosuè.
Un libro insomma anche con tante illustrazioni colorate. “I miti degli dei” fu quello che ottenni, un libro di scuola media sulla mitologia greca che mi sarebbe stato utile per gli studi futuri.
Senza neanche una figura.
Ringraziai immusonito e finì tutto lì. Anche i doni finirono tutti lì.
Oggi sono convinto che il mio buon spirito burlone, il diavolo, insomma un buon diavolo si sia messo in mezzo per evitarmi un legame con una religione e mi abbia consegnato alla libertà di potermi scegliere solo in futuro una mia re-ligio che è fortunatamente quella dell’amore per il sacro vincolo che lega l’umanità : una mente che pensa se stessa pensare, ricordare e agire.

  Ora posso ricominciare, oggi è lunedì il giorno della luna. Cosa succederà in classe, e in laboratorio con tutti quei diavoli?

TRINCEE

Trincee di carta

  Dodici banchi per undici studenti, tanti ne sono rimasti in quinta da ventotto che erano in terza.
Diciassette, deceduti in vari modi, tutti tragici. I più fortunati, quelli provenienti da famiglie danarose, se li è inglobati la scuola privata. Altri li ha inghiottiti la strada; qualcuno si decompone davanti a un televisore, in famiglia. Anche se non siamo gli unici colpevoli, io continuo a pensare, colpevolmente, a quei dodici. La scuola deve attrezzarsi in un nuovo modo. Le tracce degli scomparsi non sono svanite: rimangono nei ricordi dei superstiti.
I superstiti, quelli che il caso ha portato fino in quinta. Ripeto: solo il caso. Un voto al consiglio di classe, riunito per gli scrutini conclusivi, ha deciso della vita, tutta la vita di ciascuno di quei diciassette. Due soli consigli di classe, quello della terza e quello della quarta. Oggi in aula ci sono tutti, undici presenti e diciassette lontani.
  Nella piccola aula, l’ultima coppia di banchi, quelli di due amici da tanti anni, oggi è ricoperto da mucchi multicolori di carte di gomme, di cioccolatini, di caramelle.
Un laghetto di trucioli di matita temperata sorregge una lattina di coca decorata da ghirigori liberty, fa da sfondo una bocca masticante un toast che cola formaggio.
  Trincee, perché il mondo degli adulti fa male, giudica e non capisce. Il mondo degli anziani vuole regole e gli studenti sanno di essere giovani e dunque devono inventarne di nuove. Per fare questo devono disattendere le regole vecchie, quelle che non funzionano più. Questo sanno farlo molto bene.
   Devo stare calmo e sorridere seduto in cattedra mentre penso alla contromossa opportuna che non crei scompiglio ma neanche collusione. Gli altri, zitti, ai loro banchi, con le loro trincee di zaini e contenitori penneschi. L’atleta nuotatore ha piazzato l’enorme casco protettivo a protezione del suo ultimo costosissimo videogioco. Cinquecento euro. Quanto devo lavorare io, un professore, per guadagnare cinquecento euro e poi che cosa ci posso fare. Campare; altro che comprarmi un passatempo. Le spese per il vitto di una famiglia  di un professore di quattro persone: ottocento euro al mese. Più non si può con un reddito solo. Calma, apro il registro, faccio l’appello, lentamente. Urlerei dalla rabbia, ma non lo faccio. Regolarizziamo le giustificazioni per le assenze e i ritardi.
  Un respiro profondo, mi alzo e vado all’angolo dell’aula, mi chino (dolore di schiena) prendo il cestino e mi avvicino, deciso, al banco della trincea di carta colorata. In silenzio riempio il cestino, i ragazzi mi aiutano, rapidi.
Riporto il cestino al suo angolo. La lotta è finita, un sospiro di sollievo e la lezione continua. Per interrogare voglio ruotare la cattedra per vedere meglio la lavagna.
Chiamo i due dell’estrema trincea. Mi sposto, strisciando la sedia sul pavimento. Spalle all’angolo dell’aula, in corner. Quelli ubbidiscono al mio ordine di alzare la cattedra e ruotarla e avvicinarmela. Tornano al loro posto. La lezione continua. Abbiamo vinto in dodici, oggi. Peccato che non ci siano con noi i defunti.


FACCE

Facce da galera

  Cesare Lombroso non ha bisogno di presentazioni. Vi è in ciascuno di noi una parte che resta ancorata a un’antica idea: bello è buono, brutto è cattivo.
  Si può dare testimonianza di avere conosciuto gente dal viso angelico capace delle nefandezze più oscene, come gli aguzzini e le aguzzine dei campi di concentramento, si può riferire anche di ceffi capaci di atti d’amore e d’eroismo, ma rimane comunque e forte la lezione formalizzata del grande criminologo.
  Una piccola e bruna professoressa di matematica al consiglio di classe riferisce con agitazione di essere stata maltrattata da uno studente che proponeva, a seguito di un rimprovero, la richiesta di una testimonianza oculare.
  “Le cicche di sigaretta davanti alla porta dell’aula sono vostre” gridava innervosita agli studenti che erano arrivati con il solito ritardo. “Come fa ad affermarlo con sicurezza?” si difendevano gl’impuniti.
  La simpatica signora continua a raccontare che, peraltro, al suono della campanella, senza attendere l’assegnazione dei compiti per casa, molti si alzano ed escono precipitosi.
  Maledetto suono tremolante che annuncia il cambio delle sofferenze, quando ci lascerai riversare la nostra onnipotenza sui recalcitranti reclusi! Noi professori amiamo non considerare il tempo che passa, né ci interessa capire chi abbiamo davanti al naso, quello che vogliamo è che si seguano le regole.
Poche, semplici: stai fermo e seduto, in silenzio, non respirare. Il mio sapere, per mia perfetta bravura entrerà per incanto dalle tue orecchie e dai tuoi occhi fino al cervello. E rimarrai ben fritto per tutta la vita. Pronto per una società in cui ripeterai una serie di litanie e di procedure e tutto sarà ben strutturato per chi ti comanda. Non devi pensare a nulla.
  Per ulteriore conferma al suo preciso modo di giudicare, la professoressa di matematica aggiunge un episodio.
“Quel giorno, al cancello di scuola, dovetti bloccare uno studente che tentava di forzare la serratura per fare entrare due estranei con facce da galera”.
  Mentre racconta, per smorzare l’orrore del ricordo, accenna uno sguardo che chiede soccorso. Gli occhi neri vorrebbero coinvolgere il gruppo di una decina di colleghi. Occhi, nel brusio, spenti da una risata lontana, divertita e continua, che smonta il grottesco giocattolo in costruzione. Le nostre facce: rughe, borse sotto gli occhi, capelli bianchi o biondo tinti delle colleghe, qualcuno senza capelli, un cranio da Cucciolo. Pancioni, pancette, nasi piccoli, nasi grandi , nasi a punta, affilati, baffetti, baffoni, leggeri trucchi attorno agli occhi delle belle colleghe, sembriamo clown da circo; eppure le proporzioni del cranio, di qualcuno e di qualcuna, avrebbero fatto la gioia di Lombroso.
  Siamo stanchi e abbiamo dormito poco stanotte, forse la nostra ‘Ragione’ dorme sempre e riusciamo a creare, ottimi mostri. Attenti a etichettare uno studente con una definizione precisa e a tentare di farla condividere anche al gruppo. Parliamo spesso di branco, come se noi stessi non diventassimo mai branco e invece è proprio quello che succede sempre nei consigli di classe. Da una parte il branco degli studenti e dall’altra, per loro, il branco dei professori e professoresse. Per loro?
  Durante i consigli di classe per gli scrutini, sarebbe interessante piazzare qua e là, strategicamente, alcune videocamere e riprendere il tutto. Dovremmo seguire delle regole, c’è un ordine del giorno, insomma una serie di argomenti da affrontare, magari comunicando fatti e pareri singolarmente per poi creare un dibattito.     
Quando mai! Ognuno parla sull’altro e interviene a difesa di ciò che ha detto prima e stravolge tutto. Si cerca sempre un aggiustamento al ribasso.

 E l’entropia cresce a dismisura. Se qualcuno si permette un intervento a difesa viene tacciato di buonismo sessantottino. “Non è una classe secolarizzata!” risuona spesso. Invece di descrivere singoli “individui”, ci riferiamo sempre al gruppo/branco.
Sarebbe preferibile il gregge tranquillo a brucare per pascoli noti e non ci accorgiamo che, ormai, sono bravi lupi.
Altro che ‘cavalli da condurre all’abbeveratoio ed è loro compito bere’. Questi, oggi, sono esseri liberi con nuovi linguaggi misteriosi per noi incomprensibili.
La cultura dovrebbe essere un cavallo ben sgozzato e squartato perché è di sangue e di carne che hanno sete e fame.
Gli adulti della tribù possono solo portare alla caverna le carcasse degli animali uccisi durante cacce faticose.
Si può solo raccontare la caccia, la paura e la fatica, il pericolo e la gioia della riuscita. I modi, le armi e le strade saranno altre e se le troveranno da soli. La selvaggina si sposta nel fitto della foresta e sarà sempre più difficile nutrirsi. Siamo noi che gli insegniamo l’arte dell’inganno, della contraffazione, della simulazione. Questo lo imparano bene. Altro che essere credibili e sinceri, gli insegniamo la menzogna del voto, degli orari e delle nostre assenze, le contraffazioni dei documenti. E vorremmo che fossero sinceri e credibili. Possono essere, e ci riescono benissimo, incredibili. Per la forza della loro voglia di vivere e di lottare dalla trincea in cui li abbiamo sistemati a dovere.
Basterebbe rimanere in silenzio sulla comoda poltrona alla cattedra e sentirli ‘vivere’. Parlare, borbottare, disegnare ghirigori nei quaderni e sui banchi e sui muri. Vederli masticare il cibo, quei grossi panini con la nutella, e bere avidamente dalla lattina schiumeggiante coca cola. Sentire lo sciacquio della gomma americana masticata e rimasticata. Il buon vecchio chewingum oggi profuma di vaniglia e salvia, di fragola e di menta.
  Parliamo piano e disegniamo, lentamente, i nostri giochi alla lavagna: equazioni o cicli o schemi grafici o mappe concettuali. Due o tre prendono appunti e a casa studieranno, consultando anche i libri o forse il web.
Tutti gli altri si agitano e sognano… la libertà… la vita… la strada... gli amici… le amiche … le belle ragazze conosciute in discoteca... le sigarette fumate… le sbronze… le corse in macchina….
  L’aula è una prigione che li rende insofferenti, vogliono uscire, passeggiare per i corridoi, andare al bagno a fare pipì, chiamare qualcuno al cellulare, mandare un messaggio, aspettano l’uscita come una liberazione. Vogliono liberarsi da chi vuole a tutti i costi giudicarli , valutarli, catalogarli, aiutarli a tutti i costi a crescere. Loro crescono comunque anche senza scuola anche senza famiglia anche senza obiettivi fissati da altri.
   Ho visto un giorno alla fermata dell’autobus un nostro studente, impenitente assenteista. Ero stanco della giornata scolastica e nell’attesa lo osservavo.
Mi aveva riconosciuto ma non ci siamo salutati.
Ho storto lievemente la bocca e sono rimasto a distanza. Giornata assolata. Il palo giallo sosteneva il corpo basso e panciuto, aveva la sacca dell’equipaggiamento per la ginnastica, accanto, sull’asfalto. Il giaccone nero aperto sulla maglietta bianca con disegni neri, e  un inquietante paio di occhiali da sole. Nerissimi, larghi, da gatto con due strisce come sopracciglia candide sulla parte superiore. In un film di Fellini li avrebbe indossati una passeggiatrice di via Veneto, sotto un grande cappello di paglia a pagoda.
Dopo mezz’ora è arrivato il lungo autobus con a metà la fisarmonica, sono salito, è ripartito. Lui è rimasto lì, fermo, immobilizzato in una posa senza tempo. Inquietante.



LEZIONE


  

Una lezione sorprendente

Vento gelido per strada e breve attesa alla fermata dell’autobus. La mano guantata scivola sul sostegno sino al fermo dell’incrocio col sostegno in basso. Guardo l’autista che con una veloce sterzata evita l’urto con un camioncino bianco, che si è fermato al semaforo giallo. Mi raddrizzo dall’improvviso sbilanciamento. “Ci vuole un fisico bestiale” per viaggiare sull’autobus.
  Passando sul ponte guardo l’ansa del grande fiume dorato e tre gabbiani bianchi con le ali aperte planare veloci verso la riva sabbiosa. Dai canneti fitti nel vasto argine spunta una nuova baracca con gli ondulati verdi, la parabolica e un lungo filo con la biancheria svolazzante. Davanti al portone di scuola mi fermo a chiacchierare con un gruppo di colleghi. In classe due soli studenti, ormai è così da tempo, rivederli tutti e undici, quanti sono, è cosa rara. Alcuni sono in gita scolastica a Monaco, quelli rimasti ritengono opportuno assentarsi anziché ascoltare ripassi o rinforzi. A giugno dovranno affrontare l’esame di stato che questo anno si chiama di nuovo “Maturità”. Così vuole l’istituzione.
La lezione si svolge col ripasso della manovella d’estremità. Ospite un ingegnere dei corsi SSIS.
Tutto scorre tranquillamente, con un intermezzo sui vini doc e sulle nuove leggi che hanno un effetto contrario a ciò che enunciano.
I prezzi elevati del vino doc hanno fatto aumentare i prezzi di quello industriale, che dovrebbe costare meno. Lo stesso effetto hanno le leggi contro la droga. Quello di aumentare il mercato sommerso e dunque il prezzo sul mercato. E, naturalmente, la curiosità verso il fenomeno.
Le successive ore in terza hanno visto il motore Diesel al centro dell’attenzione degli studenti, miracolosamente interessati.
Un intervallo di sigaretta e poi i chiarimenti teorici della prova di durezza del prof di pratica.
L’ampolla di cristallo si usa con semplicità e risparmio.
Una lezione sorprendente. Misteriosa.


GABBIA

 PIDARTVINTAGE

Fuori dalla gabbia


  L’animale nato e cresciuto in gabbia ha definito nel suo comportamento una sequenza legata ai confini che crede il suo universo. Maggiore è il tempo del condizionamento e molto difficile sarà che possa accettare anche solo l’idea di nuovi confini. Nella sua mente il blocco è quello del pensiero più potente: il mio universo è ‘quando e dove sono nato’.
E’ il luogo a cui può arrivare: dalla tana a quegli alberi, a quei cespugli. Accetta il suo destino segnato da altri, come l’unico possibile e sarà dunque prigioniero non del territorio in sé ma della limitata percezione che esso (l’animale) ne ha.
  Non riconoscere il contesto specifico dei limiti gli rende imprendibile la sua libertà in quanto incomprensibile. Il rischio è per lui riconoscere il varco nella rete di contenimento, zampetta avanti e indietro ma non riesce a oltrepassare la linea invisibile, fortissima nella sua impossibile percezione. Allora sogna e chiude gli occhi e nel sogno e nella realtà oltrepassa il limite. Di là il mistero dell’inconoscibile, e riconosce se stesso, e la paura lo riporta nella sua prigione; crede di essere morto, non trovando una sua realtà nota. Continua a non credere che possa essercene un’altra, altrettanto fiorita e cespugliosa e vitale.
  Se si forza ancora una volta, percorrerà una distanza maggiore e se ha potenza e vero desiderio di fuga proverà ancora a cercare altri confini e si troverà nuovamente ingabbiato e finalmente felice di sapere che almeno ci si può provare e che la realtà somiglia a uno straordinario universo a scatole cinesi.
  Oggi i ragazzi della terza ne hanno sperimentato una nuova. Nel laboratorio di macchine a fluido stavo accogliendo il chiassoso ingresso dei turbolenti studenti della quarta; dovevano fare la famigerata prova scrittografica, a fine unità didattica, riguardante la sollecitazione di flessione. Tale momento è sempre tempestoso e difficile da governare, la prova è strutturata in modo che tutto possa svolgersi nel modo per loro più vantaggioso.
Il mio comportamento deve (dovrebbe) essere rigido. Devono imparare a seguire un procedimento di pensiero complesso, che li renda autonomi nel mettere in atto un pensiero creativo e capacità di sequenzialità sia nei calcoli sia nelle procedure. Tutto deve essere offerto con la massima calma e chiarezza.
  Seduti nei banchi però non c’erano solamente i destinatari del lavoro ma anche altri, al momento estranei e dunque, per me, non riconoscibili. Alcuni erano allievi di terza e farli uscire dal contesto non è stato facile.
  Per qualche istante ho perso la calma, successivamente, quando mi hanno visto sorridere e hanno capito che erano solo scivolati di contesto, ‘scherzavano’, sono andati nel loro laboratorio, adiacente. Finalmente ho iniziato la dettatura del compito da svolgere e con nuova forza, dopo avere corretto alcune imprecisioni, tutto si è svolto, come doveva svolgersi. Svolgersi, dipanarsi e intrecciarsi. Occorre sempre definire nuovi confini.

Fuori dalla gabbia ho definito nuovi legami, con i due tutorati. Stiamo preparando alcune ore di un loro intervento didattico nella classe che sceglieranno e su argomenti che decideremo insieme. “Secondario” riguarda naturalmente quella che si potrebbe ancora chiamare scuola media superiore. Nuove gabbie. Necessarie affinché il futuro lavoro dell’insegnante sia più professionale, più preciso. Nuovissime gabbie. Tanto i nostri studenti sanno bene come fuggire, il desiderio della libertà è un pensiero ancora ben saldo nelle loro menti e nei loro corpi. 

RISCHI

 PIDARTVINTAGE

Menagerial risk

aria   vento un blocco in statua un gelo alle guance divento ghiaccio abbrancato all’anello d’acciaio del contenitore di rifiuti alla fermata dell’autobus       penso di morire
fuoco  la fredda giornata veloce muta in sole accecante sulle guance le vampe di fuoco fermo
acqua  galleggi su e giù per aria e ti pare di annegare tra le onde dell’oceano alga verde rinasci Cyanophyta1
terra    il muro ti regge le gambe ammollate e lasceresti il tuo corpo scivolare felice per terra
poi vomiti un blocco di sputo pulito ed è tutto finito.
 
  Sei stato in croce ti pareva di morire, ma hai sperimentato la speranza e la voglia di sopravvivenza e tanta paura avevi quanta è stata la gioia di ritrovarti che ce l’hai fatta.

  Nel gestire quello che viene chiamato “processo educativo”, il pericolo maggiore proviene dai possibili cortocircuiti proprio come potrebbe succedere in un impianto elettrico che debba affrontare carichi eccessivi e imprevisti. Dunque, il momento del cortocircuito è imponderabile, e nessuna previsione basata su statistiche, anche le più accurate, potrà evitare il danno. Il danno avviene perché il processo è stocastico e nello stesso modo occorre intervenire affinché non solamente divenga misurabile, ma intervenga da solo o quasi nel successivo intervento riparatore. L’impianto, rinnovato nelle sue parti obsolete o giunto ai limiti di rottura o superati lievemente tali limiti, dovrà contenere, nel suo nuovo progetto possibile, non solo una quantità di informazioni necessarie e sufficienti, ma possibilmente un numero triplo o quintuplo di possibili percorsi risolutivi.
  Alla potatura, eseguita nel modo più accurato, vale a dire mosso da intento di cura, e dunque anche l’emozione partecipa, non solo l’esperienza pregressa o fatta oggetto di studio, seguirà la miglior fioritura possibile solo se appunto è stata aggiunta la variabile emozionale. Si sarà così in seguito adatti a sopportare anche una fioritura non soddisfacente, strutturando una paziente attesa rinnovata o un altro luogo da utilizzare e controllare, che  dia maggiore soddisfazione.
  Dallo studio delle rose può nascere un circuito cifrato in cui le intersezioni del numero dei petali col numero degli stami generi un progetto più avanzato. Ad esempio uno studio di epigenetica: la nuova branca della biologia molecolare a stretto confine con la genetica ma  che da questa si distingue in modo sempre più netto. Se, infatti, la genetica studia la sequenza del DNA di un organismo, l'epigenetica comprende tutte le modificazioni chimiche che il DNA subisce dall'inizio alla fine della vita ma che non cambiano la sequenza dei geni. Mutazioni che sono alla base di rischi genetici.
                                                                                                                         

(1) Oscillatoriaceae Oscillatoria sp., Filamenti non ramificati caratterizzati da cellule appiattite.
                                                                                                                     


 

RITARDI

Ritardi e giustificazioni

  Al mattino entro nell’aula tranquilla, calda e pulita.
Appendo il giaccone all’uncino sul muro e mi siedo alla cattedra. Tiro fuori dalla borsa il registro personale, le carte, la calcolatrice, le penne e in breve il ripiano diventa la mia scrivania, il mio piano da lavoro. Sono questi i miei attrezzi, come i mattoni, la calce e la carriola sono quelli del muratore.
Apro il registro di classe e leggo le probabili assenze da giustificare, i nomi, il lavoro svolto o da svolgere, e attendo che il nuovo miracolo avvenga.
  A gruppi di due, tre o da soli gli studenti appaiono dalla porta spalancata, salutano, rispondo, e poi si siedono a raccontarsi le loro cose a voce bassa. A volte ridendo, a volte alzando il tono; per farsi protagonisti. Io sento il loro fonare, come fruscii del bosco e come i richiami delle volpi e degli uccelli. “Sono qui! sono qui! anche oggi vivo e giovane”. Il presente è vivente e scatenato. Mi insegnano la pazienza, dunque meritano che io, filtrando i noiosi contenuti cifrati, insegni la sapienza con gesti curati e  borbottii e brevi storie accattivanti. Occorre anche, con rapidi colpi di mano aperta sulla cattedra, ottenere il silenzio delle voci.
  Ed è lì, dentro l’aula, che bisogna sentire, ancora, l’incanto delle loro menti caotiche, assaporare la meraviglia delle loro espressioni accigliate, l’attrazione della loro noia e il massimo ottenibile come sollecitazione pregiata: l’addormentarsi di quello all’ultimo banco. Devi trovare il modo perché quello che dici abbia un livello musicale affinché percorra le sue trombe d’Eustachio per giungere fino al suo inconscio.
E sperare che l’apprendimento biologico, (creaturale, direbbe Gregory Bateson1) metacomunicativo, funzioni come un reale paradosso.
  Nella lentezza del sogno,  calcolare quanto tempo ci sia voluto per preparare il missile : mischiare molecole, preparare la cartina , il filtro con un pezzetto di cartoncino morbido.
Nel calcolo anche “tre tre giù giù2” vuole il suo numero di minuti e secondi. Anche stare attenti a non farsi le “brasche3” sul davanti del giaccone. Il ritardo al massimo sarà di dieci minuti. Occorre adesso fare l’accordatura dei nomi, il rito delle giustificazioni, quello del rimprovero “mi raccomando fai meno assenze, meno ritardi, non ti giocare l’anno”.
Qualche firma sui libretti sbiaditi e ciancicati e la performance continua, dura un’ora a volte due e poi a provare un altro concerto in un’altra classe con altri suonatori.
Mi incammino, spero di non fare troppi ritardi. D’altronde il tempo del tragitto occorre, e una sosta al bar per due chiacchiere e un caffè, con l’accento giusto (caffè) , occorre.


(1) Gregory Bateson (9 maggio 1904–4 luglio 1980), antropologo, sociologo, linguista e studioso di cibernetica britannico.
(2) nel gergo degli studenti: tre boccate in rapida successione e mandare giù il fumo.
(3) nel gergo degli studenti: bruciature da brace di sigaretta.


 

OMBRA


Cono d'ombra

Cono d’ombra. Credo che un errore frequente del docente sia: apparire. Al suo ingresso la platea silenziosa dovrà risplendere della sua luce. Abbaglierà tutti e il gioco non faticherà a instaurarsi. Solo la sua voce chiara e stentorea o i suoi grafici alla lavagna d’ardesia o luminosa o proiettati sullo schermo da uno strumento digitale, invaderanno l’aula. Non vede se stesso comunicare, dunque in realtà non comunica, ma trasferisce qualcosa in quelle che pensa siano menti vuote da riempire del suo vasto sapere, con l’imbuto. Mettersi nel proprio cono d’ombra, invece, allenta le vere paure, quelle della solitudine e dell’incomprensione. Sono le interferenze con le onde emanate dal pensiero degli studenti quelle che creano consapevolezza del capire a quale serio e severo gioco  si stia impegnando il gruppo nella sua totalità. Emozioni profonde.
  Come quando ‘mia madre’, nel buio di una stanza di tanti anni fa, volle farmi comprendere, con un’arancia e una candela accesa, in che modo il sole illumina la terra e come il cono d’ombra funziona. Alle pareti, una tappezzeria di rose scarlatte scintillava come braci fumanti e io credevo che lei mi amasse.
  A volte le madri non sono destinate ad amare i loro figli, specialmente quelli venuti per forza e durante una guerra che pareva non dovesse finire mai.
Una passione che non viene dal cuore, mediata freddamente dal pensiero, genera mostri, magari capaci di replicare la curiosità che taglia in mezzo il cuore, diabolicamente.

  La natura, indifferente, crea ancora coni d’ombra. La foglia mostra al sole un lato ma anche quello inferiore, meno illuminato, s’impadronisce del verde clorofilliano. Una forza primordiale s’imprime ovunque. E’ solo questo che ci fa andare oltre: l’amore di tutti quelli che sanno amare e che hanno saputo amare la vita e se stessi.

MOEBIUS

Esperimento col nastro di Moebius


La porta del laboratorio di tecnologia meccanica è spalancata, entro per chiedere informazioni all’assistente. Voglio provare se il cd, che ho masterizzato stamattina a casa, funziona. Sullo schermo lucente, il mio lavoro, seppur invocato  non si palesa; qualcosa non va.
  I due nuovi tirocinanti della SSIS, ingegneri meccanici, sono presenti. Ci salutiamo e sto per andar via, secondo me devo andare in una terza. Mi fermano: “ma è qui con noi prof!”, i quattro studenti presenti, che giocano a carte, me lo ricordano divertiti. Di sicuro pensano che il prof non ci sta più con la testa e, in effetti, è così, mi sono perso alcuni giorni: per me non è venerdì ma ancora martedì. Appendo il giaccone, mi siedo in cattedra e il pensiero riprende il suo filo. Che fare? chiedo aiuto agli appunti, che tengo sempre nel registro personale. Potenza delle fotocopie. Meno male, trovo l’acciaio Woozt e il Damasco, l’acciaio a pacchetto. Quelli, solo quattro, (che è successo agli altri ?) continuano a fare il loro gioco; mi devo inventare qualcosa. Con un sorriso sfilo le carte dalle mani di uno che stava mescolando e le ammucchio in un cassetto. Agli immusoniti sciorino il mio discorso sulla macchina di Turing, metto una fila di carte con spazi tra l’una e l’altra, ora si sono seduti e io sto in piedi.
Invento il monologo del collegamento che crea obiettivi e li vedo sorridenti.      
  Le carte non sono più un gioco ma, zero, gli spazi vuoti, e uno, i dorsi arabescati. Lo zero e “lo” uno. Bastano pochi attimi, la mia voce è tranquilla e persuasiva. Li ho in pugno. La lezione può iniziare. Leggiamo la storia dell’acciaio e scopriamo che i cinesi, come al solito, conoscevano il modo di decarburare la ghisa producendo acciaio con piccoli forni, secoli prima di noi europei. Volteggiano spade affilatissime di samurai e quelle di damasco, arabescate per la procedura di indurimento superficiale con fili sottili di metallo, applicati ‘a pacchetto’, con una battitura che tempra. Il discorso si snoda tagliente, sembrano conquistati sia gli studenti sia i tirocinanti della SSIS che scrivono fitto sui loro quaderni. Accade  che dopo un quarto d’ora l’attenzione s’allenta e allora devo trovare un nuovo bivio e racconto del nastro di Moebius e prendo una striscia di carta bianca e la ruoto a spirale, una sola volta, e ricollego i lembi e invito a passare il dito sulla superficie che diventa unica. Ecco esclamo: “questo è un solido con una sola faccia”. Sembra che il paradosso funzioni, solo quello che chiamo chupa chupa perché sta sempre con la palletta zuccherosa in bocca, non vuole farsi imprigionare. Chiede: “ma se lo apro è di nuovo come prima”, “si ma allora è un’altra cosa” rispondo “torna ad essere un solido con due facce: i due lati della striscia di carta”. Sorride, poco convinto, e mi concede il passo.
  Nel gioco si sono delineate autonomamente nuove regole così dure da essere fragilissime: pronte ad essere nuovamente usurate. Scivolati nuovamente nel pensiero misterioso, non dichiarato, ora sono di nuovo tranquilli, quello che facciamo è un gioco, ne hanno preso coscienza profonda. Un gioco terribilmente serio. Lo rivelano gli sguardi attenti e vigili.
 “Chissà cosa ci possiamo inventare ancora?” pensiamo contemporaneamente tutti i presenti. Credo anche oggi di avere creato ottimi cortocircuiti.
Il suono della campanella ci riporta alla realtà. Ricordo Jaspers1, incontrato nei miei studi di metafisica. La metafisica che, dopo essere stata distrutta, rinasce come l’araba fenice e fortifica un pensiero che agisce, un’azione pensata. Comincio a osservarmi nel pensiero.



                ‘E proprio adesso, che volevo cominciare per davvero, adesso che                   l’azione diviene passione d’insegnare è giunta l’ora di uscire dal                    mondo della scuola e andare in pensione’.
  Avere imboccato insieme le due strade del bivio non ferma il pensiero di procedere; qualche luccichio impreciso m'incanta, come tutto ciò che è nuovo per me creatura vivente. Mi sento spaccato.
   Esco, seguito dai tirocinanti ansiosi di osservare un’altra didattica.
“Sapete” dico “credo che per arrivare a insegnare qualcosa occorrano almeno trenta anni”. Naturalmente fingo e lo so bene, il tempo non c’entra nulla. Per insegnare bene occorre soltanto guardare se stessi in azione e concludere continuamente che da insegnare non c’è proprio nulla  se non l’emozione, la meraviglia di avere la forza di stare con gli altri. Li porto con me in un’altra classe.


(1) Karl Theodor Jaspers (23 febbraio 1883 - 26 febbraio 1969) filosofo e psichiatra tedesco.


GUERRA

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    Urla di guerra


  Tento di riordinare le idee in laboratorio di macchine a fluido. Devo controllare la cassetta del pronto soccorso e affiggere le norme di sicurezza. Scadenze e contenuto vanno annotati scrupolosamente nei  moduli.
  Urla di guerra dal cortile, gli studenti non sono ancora scesi nel laboratorio di macchine utensili dove faranno un test col professore di pratica. Adesso è entrato anche l’assistente: dovrebbe, secondo la circolare del dirigente scolastico, aiutarmi anche lui ma apre un armadio e ad alta voce stimola i miei nervi ormai esausti. Resisto in silenzio al tentativo di distrarmi e di appesantire ulteriormente le mie facoltà psicomotorie. Il trattamento usurante continua mentre le urla sovrastanti si attenuano.
  L’assistente simula con le mani alle tempie una sua sofferenza ed è palesemente fuori contesto.
Non lo vedo, sparisce e continuo nel mio lavoro. Sparirà anche la nostra specializzazione? Nel futuro liceo tecnologico le attività di laboratorio non sono contemplate se non al biennio. Persone di lunga esperienza perderanno la continuità didattica, i rapporti con gli altri, con gli studenti e i colleghi, con le macchine, gli attrezzi, gli strumenti di misura e controllo. Se si perde il dominio della propria mente e delle proprie emozioni, cosa avviene ? Nasce una ruota isolata che gira da sola e in folle. Non trasmette potenza, la dissipa soltanto, inefficace anche se azionata da una energia infinita.
  Troppa pressione, la mia mente è andata in vacanza per qualche giorno. Chiedo aiuto alla scienza medica, il medico mi consiglia delle gocce calmanti, una visita dallo psicologo  e tre giorni di riposo. Accetto le gocce ma non vado dallo psicologo. Mi riposo e organizzo la fuga dalla battaglia. Voglio disertare, in seguito mi accorgerò che è arrivato il tempo della potatura, della messa a riposo. I rami secchi serviranno per un fuoco ristoratore negli anni della fredda vecchiaia.
“Ma lei ha già raggiunto il quarantennio! che aspetta a fare domanda di dimissioni?”.
 Che vergogna, e io che pensavo di farcela ancora per alcuni anni. Meglio così; vai in provveditorato, parli con la bionda signora riccioluta, freschissima di permanente del primo piano tramite la signora mora del settimo piano. La bionda signora del primo piano è precisa e puntigliosa: mi consiglia una mattinata nella mia prima scuola a Velletri. “Controlli una data”, poi capirò che c’è un mese ballerino. Intanto a scuola quando torno, il lunedì, trovo ancora da respirare: c’è l’autogestione. Meno male, speriamo che duri, così mi riposo. Macchè, in pochi giorni si conclude. I nostri studenti riceveranno le loro brave pagelle. Per la serenità burocratica delle istituzioni. E io vado, in una giornata di pioggia a Velletri; e ritrovo il collega di tanti anni fa e il comitato ‘no tav’ e poi sotto la pioggia da ‘Rossella’ ad Ariccia, la fraschetta con lo stinco e la porchetta. Matteo, figlio piccolo di una coppia di trentacinquenni e quattro giovani e una ragazza. Rossella, che fuma fuori sotto la pioggia e chiacchieriamo e prendo coscienza che comunicare è l’unica speranza e il ponte è il cibo e il rilassamento. Questa volta.

VIDEOCELLULA

Il videocellulare  


Pochi studenti oggi a scuola. Sciopero generale. Per cosa? Per questo malcontento diffuso, per questo senso d’insicurezza e di povertà che ci portiamo dentro da alcuni anni, quelli in cui sembra trionfare l’opulenza di pochi sulla necessità di molti. Quelli in cui si stanno creando tragiche premesse: a pagarne le conseguenze saranno la cultura e i giovani che dovranno lottare per inserirsi in un tessuto lavorativo logoro e sfiduciato. Mi concederò un lusso rinuncerò a un’ora di paga per sentirmi ancora utile a qualcosa, a qualcuno. Sciopero.
  Qualche incertezza in vicepresidenza sul ‘si può, non si può’ , ‘ora vedo se mi conviene oppure no’ , ‘ma la normativa’, ‘quello di una categoria è diverso da quello di un’altra’ , ‘ma per quale sindacato lo fai?’ e via elencando le tristezze della classe docente.
  In laboratorio c’è solo l’extracomunitario equadoregno. ‘Ripassa qualcosa così poi t’interrogo’, e posso mettere ancora un sei; stiracchiato stavolta, grigio. Per me. Per lui, ancora un piccolo passo avanti verso il diploma che la sua mamma sogna per lui come fosse per se stessa, mentre spolvera i mobili antichi della grande casa in cui fatica.
  L’altra ora in un’aula al terzo piano dell’ala nuova. Corridoio lungo, sei scalini faticosi, altro corridoio che costeggia una delle palestre. Si sente il pallone battere e le grida, gli incitamenti d’una partita sudata. Un altro interminabile corridoio. Finalmente l’ascensore; speriamo che non si blocchi. Fruscio della porta che scorre, si apre, si chiude. Salire, salire. I cavi d’acciaio silenziosamente tesi allo spasimo. L’ascensore si ferma. Sul piano tutto deserto non un battito cardiaco, nemmeno il mio. Dietro l’angolo la porta, giro la maniglia ed entro in aula.
  Anche qui sono pochi: alcuni giocano con un mazzo di carte paradossale, ogni carta è enorme, abnorme, come ‘fuori norma’ è il loro comportamento: non scolastico. Sorridono silenziosi. Arrivo alla cattedra a mi siedo, spalle al muro con la grande lavagna nera. Due sono alla finestra e guardano un cellulare. ‘Ci lascia riposare, oggi? prof ?’ ‘sì, fate pure’.
  Abbandono il mio ruolo tranquillo di professore, il mio status contrattuale, ma io mi sento già all’erta; cosa succederà nella mia mente, sarò punito? Mi invitano a giocare a carte. Mi avvicino e mi siedo. Uno è visibilmente sorpreso, ride per l’imbarazzo. ‘Non hai mai giocato a carte con un professore?’ chiedo. ‘No mai’,  risponde lui; un secchetto dai capelli castani e lisci, e il naso a becco d’aquila. I due lontani fanno ginnastica: piegamenti sul pavimento. Vorrei vincere, a traversone, un tressette in cui perde chi fa più punti, più prese. Ogni partita non si contano neanche, i punti, ma sto perdendo sicuramente. Fuori, nell’alto dei cieli, nuvole cupe si esibiscono in una pioggerella brillante e finissima, gelida.

  I due hanno finito la ginnastica e si avvicinano uno mi dice che si farebbe interrogare anche subito dico io ma poi mi accorgo che in effetti finge un altro fa che significa che il debito è stato parzialmente recuperato vale o non vale che ne so dico io per me non significa nulla io poi i debiti non li do perché dice uno perché preferisco e faccio un gesto un passo falso lo so che sto esagerando ma ormai mi sento uno di loro e col pollice passato sotto la gola da un lato all’altro faccio capire che preferisco eliminare anziché ferire non riesco a spiegare che sto tentando di spaventarli e non altro come fosse un gioco.

 ‘Professore, vuole vedere un video?’ ‘al videocellulare ? perché no?’ ‘è un po’ forte’ dice lui penso a qualcosa di porno o forse mi hanno fatto delle foto mentre gioco a carte, chissà,  no, è……. ‘il video di un’esecuzione una decapitazione’ dice. ‘Aspetti’. Io non ci credo, si sta prendendo gioco di me. Dopo qualche minuto mi passa il videocellulare ‘dura un paio di minuti ma è proprio forte’.
  Mi metto in un angolo e guardo; mi forzo di guardare il piccolo schermo che ho in mano. Credo di avere lo sguardo stravolto della vecchia attrice di ‘Viale del tramonto’, che scende le scale credendo di essere protagonista di un film. In fondo l’attendono i poliziotti. Vedo.

  Un giovane con gli occhiali, la camicia bianca e i calzoni scuri forse blu, sta inginocchiato, anzi no, accosciato come in posizione fetale, ma seduto su un prato verde smeraldo. Si guarda intorno, sullo sfondo un bosco, di betulle dai riflessi argentati e cespugli scuri. Esterno giorno. La scena è muta, lo sparo non si sente; adesso piega di lato le gambe. Gli hanno sparato alle ginocchia. Sono sicuri che non scapperà.
Ora si avvicina un gruppo di pixel variopinti con le gambe e da un lato spunta il fucile. Vorrei piangere, un portone di piombo mi ha chiusa la gola.
I pixel ora hanno una lama scintillante, i pixel hanno una mano che afferra la testa per i capelli. Primo piano: la lama recide piano la carotide poi tronca di netto la testa, che non sembra sanguinare. Primissimo piano. Ora la testa è poggiata sulle gambe. Tutto è durato meno della prova di trazione che facciamo in laboratorio di tecnologia. Devo essere duro. Restituisco il videocellulare e la campanella mi salva strillando istericamente.
Saluto ed esco.

  Fuori della scuola chiuso in macchina mi accendo una sigaretta e la fumo con rabbia come fosse l’ultima poi svuoto sull’asfalto nero il portacenere troppo pieno di cicche: puzza da vomitare. 

RICEVIMENTO A

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 Ricevimento genitori antimeridiano

  Ricevimento genitori antimeridiano. L’antisala dell’aula magna è gelida e semivuota. Dalle finestre con le sbarre che danno sul marciapiede davanti alla scuola, una luce livida, invernale, illumina leggera quattro o forse sei banchi bianchi con due sedie ai lati ciascuno. Sembra la sala d’attesa di un ospedale. Sussurri di un colloquio in un angolo. Due genitori ai lati della porta d’ingresso. Mi siedo con le spalle al calorifero. Una mamma, la faccio accomodare, parliamo del figlio che non va male tranne che in matematica. “Sono separata da anni” “l’altra mia figlia fa l’università”. Va via sorridendo quasi tranquilla, è bella e ancora giovane. Un padre “suo figlio va bene solo dovrebbe chiacchierare di meno e non farsi trascinare dagli altri”. Le solite pappardelle. Mi saluta sorridendo. Mi guardo intorno, tutto è silenzio e grigiore.

  Una madre si materializza davanti i miei occhi, sta in piedi.

Io, incuriosito - Si accomodi prego.
Lei, a mezza voce - Grazie.
Io - La mamma di?
Lei, con gli occhi bassi - Di …….
Io - So già della delicatezza del caso, stia tranquilla che stiamo facendo tutto il possibile.
Lei - Mi scuso di non essere potuta venire al ricevimento pomeridiano della scorsa settimana.
Io - Non si preoccupi, il suo figliolo me lo ha comunicato.
Lei, gli occhi rossi  - Sta iniziando a uscire dal silenzio e il fatto che le abbia detto questo mi fa sperare.
Io - In effetti lo vedo spesso come assente, guarda fuori delle finestre come se si sentisse in una prigione.
Lei - La sorella è andata via di casa.
Io - Ma lei sa dov’è.
Lei - Si, ma è che…
Io, ricordando l’altro problema e sperando che sia stato esagerato - Suo marito come sta?
Lei, piangendo ma precisa - Ha un carcinoma.
Io, prendendole la mano - Coraggio, lei è perno della sua casa e deve reggere un gran peso.
Lei, piange senza più trattenersi - Eugenio ha reagito col silenzio e la mia figliola con la fuga.
Io - Una porticina si sta aprendo nel suo figliolo, vedrà che le sarà d’aiuto.
La madre si tampona gli occhi con un piccolo fazzoletto.

  Parlo, senza averne l’autorità, di autismo leggero e delle eventuali terapie di gioco. Parlo della percezione del mondo interrotta e che, forse…, chissà…, e non mi rendo conto che la madre è addolorata, sì per il figlio, sì per il marito con gli anni contati ma di più per quella figlia lontana, che ha rifiutato le sue responsabilità. Ma come si fa a quella età, quando si dovrebbe giocare, amare e avere un padre di quarantacinque anni forte e protettivo e tutto crolla d’improvviso e sfugge!

  Il viso minuto dalla pelle chiarissima svanisce lentamente e gli occhi cerulei si sciolgono nel grigiore della sala. La sua mano non è fredda, ma immobile nella mia. Chi sono io che mi permetto di toccare questa estranea nell’illusione di trasferirle calore, speranza. Nelle sue vene non sento scorrere nulla. Forse da tempo nessuno toccava più la sua mano stretta a pugno nella mia, che la contiene. Non si svincola, non si libera, la timidezza o forse la speranza, la trattiene. Cerco di rinforzare il perno, vorrei farle capire che esistono gli altri che anche lei deve trovare le sue piccole porte da aprire, dolorosamente. A un tratto svanisce. Nell’aria fredda è suonata la campanella, devo tornare in aula.
  Mentre m’incammino mi torna la contentezza di avere messo dei sei oggi e meritati . Ho interrogato, non alla lavagna, ma seduti intorno alla cattedra: un dialogo alla pari, tranquillo. Il boss della classe, passando accanto, ha controllato il modo e ha dato il suo assenso con un sorriso burbero come sempre, col naso arrossato dal freddo.