La 'caida inesperada' della lavagna giunse inattesa, ma non
troppo. Poteva succedere di peggio. Per uno strano gioco del caso, i danni
furono lievi. Da come tenevo la lavagna, la mia mano sinistra avrebbe avuto un
colpo di ghigliottina e le dita avrebbero potuto rompersi, forse di netto. O la
grande lastra di ardesia sarebbe potuta scivolare pesantemente sui miei piedi.
Al contrario, il telaio di sostegno resse l’urto e il perno di sinistra bloccò
la caduta. Qualcuno sapeva della saldatura nascosta e aveva allentato il perno
di destra, poco prigioniero. Sufficiente una rotazione avanti e una indietro e
la dolce ragazza inconsapevole, che mi aveva chiesto di capovolgere la lavagna,
avrebbe ricevuto un’accusa presunta.
Il nero
moscone, il probabile colpevole, è stato colpito dal proiettile cartaceo della
fionda d’elastico usata dal vecchio maestro per domare una classe di bambini
turbolenti.
La mente
percorre strade tortuose e inaspettate per giungere a radure nel bosco, che
sono spazio aperto per un vero duello ad armi pari. Da una parte il maestro,
dall’altra lo studente colpevole nascosto dal gruppo. Tracce bianche di gesso
all’angolo della lavagna, scritte nere sul muro dell’aula, firme capovolte
senza significato, si ricompongono in un probabile nome. Qualcuno voleva
comunicarmi le caratteristiche del vero colpevole ed io cominciavo a connettere
i messaggi. Le storie riservano sciocchi finali pericolosi. Basta una voce da
un angolo dell’aula, di spalle. Il nome del colpevole. Una domanda in più,
rivolta allo studente a fine lezione, rivela colpe nascoste. Quasi chiare. E se
anche la stoccata conclusiva (la punizione) potrebbe essere non ben
indirizzata, avrà pur sempre un effetto catartico, liberatorio. Per me. Allontanare
una pulce non serve a liberarci da tutte le pulci, ma ci fa il dono di crederci
capaci di sapere come fare.