PIDARTVINTAGE
Il peso e la massa
Nel
laboratorio di tecnologia meccanica oggi con la bilancia, il professore di
pratica ha fatto determinare le masse delle piastrine trapezoidali di
alluminio, precedentemente misurate col calibro per determinare dimensioni e
calcolare il volume. Dividendo le masse per i volumi si dovrebbe trovare la
densità dell’alluminio: valore determinato dalle condizioni di temperatura e di
pressione del laboratorio. Peso e massa sono grandezze diverse ed è questo
l’obiettivo segreto del lavoro. Hanno pesato (massato?) di tutto, l’atmosfera
era allegra e movimentata. Uno ha messo sulla bilancia la calcolatrice, un
altro il cellulare, un altro ancora una biro. Comunicare qualcosa con gli
strumenti, con gli spostamenti del corpo, con le risate, gli ammiccamenti, le
grida è stato divertente ed ha mosso curiosità, interesse vero. Così mi è
parso.
Ora io, professore
di teoria, provo a passare al ragionamento astratto con l’uso della matematica:
sostituzioni, formule inverse, calcoli. Sono tutti ai loro banchi, ma fremono
si agitano. L’atmosfera si fa cupa e affannosa. Le loro menti sono altrove ,
tutte sul terzo gradino. La noia è palese, si taglia col coltello: chi
sbadiglia rumorosamente, chi cerca di rallentare le mie scritte alla lavagna
con domande a volte oziose a volte pertinenti ma che non mi danno il tempo di
trovare le risposte A valanga le richieste si accavallano, è una tempesta di
perdite di tempo. Tento di somministrare l’esercizio sul calcolo dei pesi di
due cubi, uno d’alluminio e uno d’acciaio. Un solo studente lo esegue, ma non
riesce a darmi il foglio col suo lavoro, i compagni di banco lo bloccano. Lui
tenta di inghiottire il foglio come un messaggio segreto su un progetto di fuga
che le guardie del carcere hanno intercettato.
Uno su
diciotto spera di uscire dalla sua condizione di inferiorità sociale, ma per
gli altri la prigione della “non cultura” è più comoda e protettiva. Penso a
Charlot (Tempi moderni) che prega il direttore del carcere di non farlo uscire
fuori nella realtà dove tutto è più triste ancora e più difficile. Troveranno
un lavoro degno di tale nome i nostri studenti? Scendo dal mio comodo terzo
gradino alla realtà.
Il più
irrequieto di tutti, bravissimo, finge di non avere capito la differenza tra
peso e massa né il simbolo usato, ‘V’, dice che è la tensione elettrica, per
noi oggi era il volume di un solido e ride e ride e accavalla i banconi, e gli orologi segnano orari in
modo diverso ed io penso che durante il cambio d’ora ho chiesto a uno studente
un pezzetto del suo panino. C’erano dentro mozzarella e strisce di melanzane
sottaceto, buonissimo.
L’obbligo
della valutazione con la prova orale è obsoleto e foriero di tempesta, ma quale
altro modo c’è? Quando uno merita due , perché mettere quattro? Forse perché,
quando uno merita sei e mezzo, è meglio mettere sette. Sono sempre trucchi,
simulazioni; la prova oggettiva non esiste: né scritta né orale.
Manzo, quello
che è stato a lungo assente per la mononucleosi, fa confusione. Pagno mette la
radio a tutto volume. Il professore di pratica e l’assistente da tempo sono
spariti. Mi sento il capo di una nave corsara con la ciurma ammutinata, in
mezzo all’uragano. Le bandiere col teschio e le tibie incrociate svolazzano
semilacere. Immense ondate salmastre ci sballottano qua e là tra alte spume
bianche. Urla e sciabole scintillano. Precipito nel nulla della massima pazienza,
il mare melmoso in cui spesso si rischia di soccombere. Disperazione:
creatività. Meglio. Devo rifare la massa volumica e il peso specifico. Non
sanno fare una formula inversa. Oggi sono usciti tutti prima del suono della
campanella, sono fuggiti.
<< “Chi
sono io che li obbligo? io che decido il cosa e il come?”>> 1
Nel laboratorio deserto uno solo è rimasto, a guardare
le sue assenze nel registro di classe, apre la copertina rossa, che spicca
sulla cattedra bianca; mentre io, a passo lento, vado all’attaccapanni per
prendere il mio giubbotto nero a losanghe. Nel silenzio, lo studente sorride
piano. Il ciuffo nero laccato vibra…E’ probabile che io non sia ancora solo,
sono sempre loro ad offrirti un salvagente. Affiora alla mente una frase di Proust
“Un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre, ma avere nuovi occhi”.
Mi permetto un corollario, una minuscola poesia: “Un’ora trascorsa / impigliato
tra le tue reti d'oro / puro / a cercare... / le porticine del mio
atlantide / mutano me / nel cormorano più piccolo che c'è”.
Ora sorrido
anch’io.