venerdì 29 novembre 2013

CATTEDRA

La segretezza e la cattedra

  Ai miei tempi in aula c’era una pedana di legno, e sopra la cattedra del professore e la sua grande, comoda poltrona. Silenziosi e attenti, nei nostri banchi striminziti, sulle seggiole per ragazzini da scuola media, soffrivamo. Gli occhi agli alberi del giardino, fuori delle finestre polverose. Qualche storno si separava dal mucchio alto nel cielo azzurro e si posava sui rami dondolanti. Piccole ali vibranti.
  Liceo classico anni sessanta, io straripavo, col corpo che cresceva a dismisura. La sedia scricchiolava. La voce del professore di filosofia e storia cantilenava seria un sapere misterioso. Fuoco, terra, acqua e aria: i quattro elementi base. Magro, con una faccia scura da teschio, gran massa di capelli cespugliosi e una tosse perenne, il professor Bavetta era la fedele copia del suo cognome.
  All’ultimo banco un biondino mostrava il suo pene eretto ai divertiti compagni di fila. Dei temi in classe non si ebbe mai riscontro nei tre lunghi anni che ci avrebbero portato alla ‘Maturità’. I nostri faticosi lavori, impiastri di penna biro blu, svanirono nell’armadio di una casa, che immaginavamo lugubre e umida. Il nome del professore d’italiano del liceo, io l’ho dimenticato.
  Se oggi oso scrivere qualcosa, lo devo sicuramente a un'altra persona: la professoressa Vento.
Quarto ginnasio; nei temi prendevo sempre quattro.
“Signora cara” diceva a mia madre, che intimorita dalle minacce di una bocciatura andava a colloquio più spesso che poteva, “suo figlio è sciatto, sciatto anche come viene vestito a scuola. E’ sciatto, sciatto!”. Rimandato in italiano. Lezioni private dal professor D’Anna. Si raccontava che fosse l’amante della Vento. Quinto ginnasio, prova di licenza ginnasiale: italiano scritto.
M’impegno al massimo in un tema scrivendo ‘I labirinti della memoria, anzi i meandri…’.
Voto alto. “Cara signora” a mia madre, “ Io ho messo un buon voto, ma sono sicura che il tema non l’ha fatto lui, l’ha copiato da qualche parte o io non l’ho mai capito che suo figlio scrive bene”. Grazie professoressa Vento, malgrado lei o forse proprio per quel che mi bruciava dei suoi giudizi, adesso coltivo la presunzione di scrivere bene.