La segretezza e la cattedra
Ai miei tempi
in aula c’era una pedana di legno, e sopra la cattedra del professore e la sua
grande, comoda poltrona. Silenziosi e attenti, nei nostri banchi striminziti,
sulle seggiole per ragazzini da scuola media, soffrivamo. Gli occhi agli alberi
del giardino, fuori delle finestre polverose. Qualche storno si separava dal
mucchio alto nel cielo azzurro e si posava sui rami dondolanti. Piccole ali
vibranti.
Liceo classico
anni sessanta, io straripavo, col corpo che cresceva a dismisura. La sedia scricchiolava.
La voce del professore di filosofia e storia cantilenava seria un sapere
misterioso. Fuoco, terra, acqua e aria: i quattro elementi base. Magro, con una
faccia scura da teschio, gran massa di capelli cespugliosi e una tosse perenne,
il professor Bavetta era la fedele copia del suo cognome.
All’ultimo
banco un biondino mostrava il suo pene eretto ai divertiti compagni di fila.
Dei temi in classe non si ebbe mai riscontro nei tre lunghi anni che ci
avrebbero portato alla ‘Maturità’. I nostri faticosi lavori, impiastri di penna
biro blu, svanirono nell’armadio di una casa, che immaginavamo lugubre e umida.
Il nome del professore d’italiano del liceo, io l’ho dimenticato.
Se oggi oso
scrivere qualcosa, lo devo sicuramente a un'altra persona: la professoressa
Vento.
Quarto ginnasio; nei temi prendevo sempre quattro.
“Signora cara” diceva a mia madre, che intimorita
dalle minacce di una bocciatura andava a colloquio più spesso che poteva, “suo
figlio è sciatto, sciatto anche come viene vestito a scuola. E’ sciatto,
sciatto!”. Rimandato in italiano. Lezioni private dal professor D’Anna. Si
raccontava che fosse l’amante della Vento. Quinto ginnasio, prova di licenza
ginnasiale: italiano scritto.
M’impegno al massimo in un tema scrivendo ‘I labirinti
della memoria, anzi i meandri…’.
Voto alto. “Cara signora” a mia madre, “ Io ho messo
un buon voto, ma sono sicura che il tema non l’ha fatto lui, l’ha copiato da
qualche parte o io non l’ho mai capito che suo figlio scrive bene”. Grazie
professoressa Vento, malgrado lei o forse proprio per quel che mi bruciava dei
suoi giudizi, adesso coltivo la presunzione di scrivere bene.