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Fuori dalla gabbia
L’animale nato
e cresciuto in gabbia ha definito nel suo comportamento una sequenza legata ai
confini che crede il suo universo. Maggiore è il tempo del condizionamento e
molto difficile sarà che possa accettare anche solo l’idea di nuovi confini.
Nella sua mente il blocco è quello del pensiero più potente: il mio universo è
‘quando e dove sono nato’.
E’ il luogo a cui può arrivare: dalla tana a quegli
alberi, a quei cespugli. Accetta il suo destino segnato da altri, come l’unico
possibile e sarà dunque prigioniero non del territorio in sé ma della limitata
percezione che esso (l’animale) ne ha.
Non
riconoscere il contesto specifico dei limiti gli rende imprendibile la sua
libertà in quanto incomprensibile. Il rischio è per lui riconoscere il varco
nella rete di contenimento, zampetta avanti e indietro ma non riesce a
oltrepassare la linea invisibile, fortissima nella sua impossibile percezione.
Allora sogna e chiude gli occhi e nel sogno e nella realtà oltrepassa il
limite. Di là il mistero dell’inconoscibile, e riconosce se stesso, e la paura
lo riporta nella sua prigione; crede di essere morto, non trovando una sua
realtà nota. Continua a non credere che possa essercene un’altra, altrettanto
fiorita e cespugliosa e vitale.
Se si forza
ancora una volta, percorrerà una distanza maggiore e se ha potenza e vero
desiderio di fuga proverà ancora a cercare altri confini e si troverà nuovamente
ingabbiato e finalmente felice di sapere che almeno ci si può provare e che la
realtà somiglia a uno straordinario universo a scatole cinesi.
Oggi i ragazzi
della terza ne hanno sperimentato una nuova. Nel laboratorio di macchine a
fluido stavo accogliendo il chiassoso ingresso dei turbolenti studenti della
quarta; dovevano fare la famigerata prova scrittografica, a fine unità
didattica, riguardante la sollecitazione di flessione. Tale momento è sempre
tempestoso e difficile da governare, la prova è strutturata in modo che tutto
possa svolgersi nel modo per loro più vantaggioso.
Il mio comportamento deve (dovrebbe) essere rigido.
Devono imparare a seguire un procedimento di pensiero complesso, che li renda
autonomi nel mettere in atto un pensiero creativo e capacità di sequenzialità
sia nei calcoli sia nelle procedure. Tutto deve essere offerto con la massima
calma e chiarezza.
Seduti nei
banchi però non c’erano solamente i destinatari del lavoro ma anche altri, al
momento estranei e dunque, per me, non riconoscibili. Alcuni erano allievi di
terza e farli uscire dal contesto non è stato facile.
Per qualche
istante ho perso la calma, successivamente, quando mi hanno visto sorridere e
hanno capito che erano solo scivolati di contesto, ‘scherzavano’, sono andati
nel loro laboratorio, adiacente. Finalmente ho iniziato la dettatura del
compito da svolgere e con nuova forza, dopo avere corretto alcune imprecisioni,
tutto si è svolto, come doveva svolgersi. Svolgersi, dipanarsi e intrecciarsi.
Occorre sempre definire nuovi confini.
Fuori dalla gabbia ho definito nuovi legami, con i due
tutorati. Stiamo preparando alcune ore di un loro intervento didattico nella
classe che sceglieranno e su argomenti che decideremo insieme. “Secondario”
riguarda naturalmente quella che si potrebbe ancora chiamare scuola media
superiore. Nuove gabbie. Necessarie affinché il futuro lavoro dell’insegnante
sia più professionale, più preciso. Nuovissime gabbie. Tanto i nostri studenti
sanno bene come fuggire, il desiderio della libertà è un pensiero ancora ben
saldo nelle loro menti e nei loro corpi.