venerdì 29 novembre 2013

FINIS

Il tango di Peter Pan

  La musica del tango scivola, guizza, promette. Manca qualcosa, un silenzio. Eccolo. Quale significato cerca di indicare? La fisarmonica è il respiro del vivente e la chitarra un incantevole black hole, denso di antimateria, che precipita attratta da una forza primordiale. Il pianoforte sottolinea l’ansito, fermato da rapidi colpi di bacchetta. Avviene una mutazione: un uccello minuscolo volteggia fremendo sul cuore d’un fiore, parlano di nutrimento.
Il puntuto becco arancione tocca e non tocca, attratto e respinto.
La farfalla dalle ali multicolori s’incrocia con l’altra e formano una creatura con quattro petali, otto. Sono prigioniere del numero pari.
Il pentagramma instaura rigore, salva al suo arrivo dispari un evento bloccato.
  Ieri su un banco, in classe, un libro impertinente (un saggio sulla scuola) è apparso improvviso. Nel deserto, punteggiato di vettori e schemi chiusi, è fiorito il cactus.
I petali gialli sfondano gli occhi; qualcosa avviene.
La lezione riprende nel solito caos, come un paragrafo dall’interpunzione inesatta. La lettura di un brano da quel libro ha funzionato da faro.
Adesso posso tornare a spiegare l’argomento della mia lezione.
La trave incastrata  ha una sezione resistente, calcolabile, ed il processo matematico s’innesta felicemente. Stanno prendendo nota della soluzione, come fosse unica; lo so già che sarà difficile far loro capire la variabilità delle possibili alternative. Si fa strada nelle loro menti che questa evenienza può essere costruita.
  Anche lo studente coi pantaloni a livello posteriore bassissimo con in bella vista le mutande firmate, quello che rifiutava qualunque relazione con lo studio, cura il suo quaderno di appunti.
Scrive chiaramente, e viene a chiedere conferma se quello che ha scritto sia esatto. Io lo so che ha solamente copiato dal compagno più capace. Il suo chiedermi conferme contiene un messaggio segreto: mi dice ‘sto cercando una strada’ .
  Devo essere forte; la fisarmonica mi avverte con note alte inquietanti ora aspre ora dolcissime e sottili. ‘Trasforma la frusta in bacchetta magica!’ mi dice ‘in nient’altro!’. Non devono volere bene a me, devono volere bene, a se stessi nel momento dell’apprendimento.
  Qui, l’insegnante deve ritrarsi, deve sparire. Deve lasciare spazio al sacro. Silenzio e stupore, assistendo al miracolo della creatura che muta. La lentezza è indispensabile. Un passo avanti e molti indietro. Una voce rassicura: è la mia? è la sua? È la nostra, in una simulazione di amplesso, nella sua sequenza di assalto e cedimento. L’idea del tango viene prima del tango. Nella mente, esisteva un luogo del tango, una sua zona. Non importa localizzare dove, per ciascuno è diverso. ‘Varia col tempo e le stagioni?’ no, il luogo del tango non varia col tempo e le stagioni: si sposta intorno al suo territorio e traccia delle mappe, continuamente mutanti. Sembra, immanente.  
  L’ombra si muove e parla, sogghigna e ride: Peter Pan vive, altrove. Il mitico folletto canta, in una sua milonga, versi ottonari; volando sulla baia delle sirene che pizzicano conchiglie chitarre. Le femminili creature condannate al non sesso, strette nelle squame d’argento, fanno stridere le sonore conchiglie paranoiche e il fanciullo costretto a sua volta a rimanere eternamente fanciullo cerca gli ottonari, prigioniero anch’esso dei numeri pari. La sua ombra intanto sogna parole nuove: forse Milonga era Kimbunda,  una regina africana…..

Giuseppe Davì



Bibliografia

Bateson Gregory, Verso un'ecologia della mente, Adelphi, ottava edizione, Milano, aprile 1988

Giuseppe Bagni, Rosalba Conserva, Insegnare a chi non vuole imparare, EGA 2005

Galileo Galilei, Nuncius sidereus. Traduzione italiana di Luisa Lanzillotta.
Opere di Galileo Galilei, Casa Editrice Riccardo Ricciardi Collana La Letteratura Italiana. Storia e Testi a cura di Ferdinando Flora, 1953
              
               Bertolt Brecth: Vita di Galileo, Editore Einaudi  (collana Einaudi tascabili. Teatro) 2005


MENTE

La mente diabolica

  Il sabato, dopo sei ore di fatiche, sentiamo spesso dire dai nostri colleghi: “oggi gli studenti sono stati proprio dei diavoli”.
Concordiamo e proseguiamo per la nostra via senza molto pensarci. Sentiamo fastidio, a volte paura. Quante volte abbiamo osservato sui muri della scuola strani disegni colorati di rosso e di nero e abbiamo pensato: ma non avevano niente di meglio da fare? A me qualche anno fa è capitato di leggere un enorme “devi morire”, preceduto dal mio cognome, che mi ha fatto salire il sangue alla testa perché di solito non ci pensiamo mai, ma è quello a cui tutti noi viventi siamo destinati. Estinguerci.
  E non mi consolava il fatto che non fosse stato precisato il come. Mi forzavo tutte le mattine a passare davanti a quel muro e a leggere. Non ne ho fatto parola mai con nessuno. Ricordo che fu un collega ad avvisarmi, lui lo aveva visto prima di me. Voleva condividere le sue paure. E ho iniziato a studiare la mia vera capacità di percezione. La pioggia anno per anno ha sbiadito le grandi lettere nere. Più di una volta ho sperato che l’ignoto pennello largo riprendesse quei percorsi. Oggi quasi non si legge più. Peccato. Adesso che ho cominciato a percepire sono spinto a ignorare. E riemerge il passato, vivido e significante.
  Avevo circa dieci o forse undici anni e la solita tonaca nera ricordò ai miei genitori che forse era ora di farmi fare “ la prima comunione”. Avevo frequentato assai poco la parrocchia della grande chiesa vicino casa a Palermo, così venne deciso che l’evento avvenisse a Caltanissetta, la mia città natale.
  La scuola era già finita e la calda estate siciliana già in piena fioritura. In fretta si prese il treno e lo sbigottito fanciullo, da riconsacrare alla religione di famiglia, venne ben istruito sul da farsi. “Ti devi incontrare con Dio, la comunione è una cosa misteriosa e meravigliosa, stanotte dormi bene ma domani mattina non devi mangiare nulla” tutte cose molto difficili.  “Se le suore ti chiedono se hai fatto il catechismo , devi dire di si, che sai tutto per bene anzi alla perfezione”. Cos’era il catechismo? chissà! Ripassai a mente tutta la notte l’ave maria e il credo e l’angelo di dio e il salve regina e non so che altro. I dieci comandamenti! Intanto mi preparavo a dire una grande bugia permessa. Ma non mi avevano sempre detto che dire bugie è peccato? Confusione suprema. Non dormii tutta la notte in casa dei nonni che di solito era tranquilla e accogliente.
  Tutti, intorno a me, erano preoccupati e infastiditi che questo diavoletto,  come ero considerato, dovesse compiere un rito per il quale si era dovuto procurare un abito bianco e un giglio per la fotografia. La testimonianza.
  Intontito per la notte insonne, coi capelli tagliati a zero o quasi rimaneva un ciuffo ribelle , mi infagottarono nei pantaloncini e la camicia e la giacca rimediati chissà dove e, di mattina presto, il veloce piccolo corteo, padre madre nonni e zii, si diresse alla cattedrale pietrosa e immensa.
  Le mie scarpe non erano candide. Il  luogo era deserto e ventoso, una suora frettolosa verificò la mia conoscenza delle preghiere e mi fece strane domande, alle quali non seppi che cosa rispondere. Un prete poi mi confessò. Terribile, non sapevo che dire, mi inventai qualche peccato tanto per farlo contento, senza capire le domande più interessate: cosa vuol dire fornicare e “ti tocchi?”.
Io pensavo che fornicare avesse a che fare con le formiche e che certo che mi toccavo sennò come mi lavavo la faccia e come mi mettevo le calze.
Il tutto fortunatamente durò pochi minuti. Ancora sconvolto dalla stupidità delle domande m’inginocchiai, la fronte bollente d’una febbre che mi era montata durante la notte.
Finalmente l’ostia consacrata mi fu messa in bocca e …….
Vomitai di botto e poi a più riprese un liquido schiumoso, vergognandomi come un cane. Alle mie spalle nessuno sembrava essersi accorto di nulla, ma io ero costernato. Quando fu tutto finito e si accorsero di quanto era accaduto, mormorai: “Ma, anche se ho vomitato, la comunione è sempre valida o la devo rifare?”
  Due cannoli di ricotta  mi consolarono rapidamente, poi lo zio mi accompagnò in una antica libreria in piazza, dove avrei scelto il libro che mi avrebbe regalato. Trottandogli vicino sognavo “Ventimila leghe sotto i mari “ o un Libro di pirati o robinsoncrosuè.
Un libro insomma anche con tante illustrazioni colorate. “I miti degli dei” fu quello che ottenni, un libro di scuola media sulla mitologia greca che mi sarebbe stato utile per gli studi futuri.
Senza neanche una figura.
Ringraziai immusonito e finì tutto lì. Anche i doni finirono tutti lì.
Oggi sono convinto che il mio buon spirito burlone, il diavolo, insomma un buon diavolo si sia messo in mezzo per evitarmi un legame con una religione e mi abbia consegnato alla libertà di potermi scegliere solo in futuro una mia re-ligio che è fortunatamente quella dell’amore per il sacro vincolo che lega l’umanità : una mente che pensa se stessa pensare, ricordare e agire.

  Ora posso ricominciare, oggi è lunedì il giorno della luna. Cosa succederà in classe, e in laboratorio con tutti quei diavoli?

TRINCEE

Trincee di carta

  Dodici banchi per undici studenti, tanti ne sono rimasti in quinta da ventotto che erano in terza.
Diciassette, deceduti in vari modi, tutti tragici. I più fortunati, quelli provenienti da famiglie danarose, se li è inglobati la scuola privata. Altri li ha inghiottiti la strada; qualcuno si decompone davanti a un televisore, in famiglia. Anche se non siamo gli unici colpevoli, io continuo a pensare, colpevolmente, a quei dodici. La scuola deve attrezzarsi in un nuovo modo. Le tracce degli scomparsi non sono svanite: rimangono nei ricordi dei superstiti.
I superstiti, quelli che il caso ha portato fino in quinta. Ripeto: solo il caso. Un voto al consiglio di classe, riunito per gli scrutini conclusivi, ha deciso della vita, tutta la vita di ciascuno di quei diciassette. Due soli consigli di classe, quello della terza e quello della quarta. Oggi in aula ci sono tutti, undici presenti e diciassette lontani.
  Nella piccola aula, l’ultima coppia di banchi, quelli di due amici da tanti anni, oggi è ricoperto da mucchi multicolori di carte di gomme, di cioccolatini, di caramelle.
Un laghetto di trucioli di matita temperata sorregge una lattina di coca decorata da ghirigori liberty, fa da sfondo una bocca masticante un toast che cola formaggio.
  Trincee, perché il mondo degli adulti fa male, giudica e non capisce. Il mondo degli anziani vuole regole e gli studenti sanno di essere giovani e dunque devono inventarne di nuove. Per fare questo devono disattendere le regole vecchie, quelle che non funzionano più. Questo sanno farlo molto bene.
   Devo stare calmo e sorridere seduto in cattedra mentre penso alla contromossa opportuna che non crei scompiglio ma neanche collusione. Gli altri, zitti, ai loro banchi, con le loro trincee di zaini e contenitori penneschi. L’atleta nuotatore ha piazzato l’enorme casco protettivo a protezione del suo ultimo costosissimo videogioco. Cinquecento euro. Quanto devo lavorare io, un professore, per guadagnare cinquecento euro e poi che cosa ci posso fare. Campare; altro che comprarmi un passatempo. Le spese per il vitto di una famiglia  di un professore di quattro persone: ottocento euro al mese. Più non si può con un reddito solo. Calma, apro il registro, faccio l’appello, lentamente. Urlerei dalla rabbia, ma non lo faccio. Regolarizziamo le giustificazioni per le assenze e i ritardi.
  Un respiro profondo, mi alzo e vado all’angolo dell’aula, mi chino (dolore di schiena) prendo il cestino e mi avvicino, deciso, al banco della trincea di carta colorata. In silenzio riempio il cestino, i ragazzi mi aiutano, rapidi.
Riporto il cestino al suo angolo. La lotta è finita, un sospiro di sollievo e la lezione continua. Per interrogare voglio ruotare la cattedra per vedere meglio la lavagna.
Chiamo i due dell’estrema trincea. Mi sposto, strisciando la sedia sul pavimento. Spalle all’angolo dell’aula, in corner. Quelli ubbidiscono al mio ordine di alzare la cattedra e ruotarla e avvicinarmela. Tornano al loro posto. La lezione continua. Abbiamo vinto in dodici, oggi. Peccato che non ci siano con noi i defunti.


FACCE

Facce da galera

  Cesare Lombroso non ha bisogno di presentazioni. Vi è in ciascuno di noi una parte che resta ancorata a un’antica idea: bello è buono, brutto è cattivo.
  Si può dare testimonianza di avere conosciuto gente dal viso angelico capace delle nefandezze più oscene, come gli aguzzini e le aguzzine dei campi di concentramento, si può riferire anche di ceffi capaci di atti d’amore e d’eroismo, ma rimane comunque e forte la lezione formalizzata del grande criminologo.
  Una piccola e bruna professoressa di matematica al consiglio di classe riferisce con agitazione di essere stata maltrattata da uno studente che proponeva, a seguito di un rimprovero, la richiesta di una testimonianza oculare.
  “Le cicche di sigaretta davanti alla porta dell’aula sono vostre” gridava innervosita agli studenti che erano arrivati con il solito ritardo. “Come fa ad affermarlo con sicurezza?” si difendevano gl’impuniti.
  La simpatica signora continua a raccontare che, peraltro, al suono della campanella, senza attendere l’assegnazione dei compiti per casa, molti si alzano ed escono precipitosi.
  Maledetto suono tremolante che annuncia il cambio delle sofferenze, quando ci lascerai riversare la nostra onnipotenza sui recalcitranti reclusi! Noi professori amiamo non considerare il tempo che passa, né ci interessa capire chi abbiamo davanti al naso, quello che vogliamo è che si seguano le regole.
Poche, semplici: stai fermo e seduto, in silenzio, non respirare. Il mio sapere, per mia perfetta bravura entrerà per incanto dalle tue orecchie e dai tuoi occhi fino al cervello. E rimarrai ben fritto per tutta la vita. Pronto per una società in cui ripeterai una serie di litanie e di procedure e tutto sarà ben strutturato per chi ti comanda. Non devi pensare a nulla.
  Per ulteriore conferma al suo preciso modo di giudicare, la professoressa di matematica aggiunge un episodio.
“Quel giorno, al cancello di scuola, dovetti bloccare uno studente che tentava di forzare la serratura per fare entrare due estranei con facce da galera”.
  Mentre racconta, per smorzare l’orrore del ricordo, accenna uno sguardo che chiede soccorso. Gli occhi neri vorrebbero coinvolgere il gruppo di una decina di colleghi. Occhi, nel brusio, spenti da una risata lontana, divertita e continua, che smonta il grottesco giocattolo in costruzione. Le nostre facce: rughe, borse sotto gli occhi, capelli bianchi o biondo tinti delle colleghe, qualcuno senza capelli, un cranio da Cucciolo. Pancioni, pancette, nasi piccoli, nasi grandi , nasi a punta, affilati, baffetti, baffoni, leggeri trucchi attorno agli occhi delle belle colleghe, sembriamo clown da circo; eppure le proporzioni del cranio, di qualcuno e di qualcuna, avrebbero fatto la gioia di Lombroso.
  Siamo stanchi e abbiamo dormito poco stanotte, forse la nostra ‘Ragione’ dorme sempre e riusciamo a creare, ottimi mostri. Attenti a etichettare uno studente con una definizione precisa e a tentare di farla condividere anche al gruppo. Parliamo spesso di branco, come se noi stessi non diventassimo mai branco e invece è proprio quello che succede sempre nei consigli di classe. Da una parte il branco degli studenti e dall’altra, per loro, il branco dei professori e professoresse. Per loro?
  Durante i consigli di classe per gli scrutini, sarebbe interessante piazzare qua e là, strategicamente, alcune videocamere e riprendere il tutto. Dovremmo seguire delle regole, c’è un ordine del giorno, insomma una serie di argomenti da affrontare, magari comunicando fatti e pareri singolarmente per poi creare un dibattito.     
Quando mai! Ognuno parla sull’altro e interviene a difesa di ciò che ha detto prima e stravolge tutto. Si cerca sempre un aggiustamento al ribasso.

 E l’entropia cresce a dismisura. Se qualcuno si permette un intervento a difesa viene tacciato di buonismo sessantottino. “Non è una classe secolarizzata!” risuona spesso. Invece di descrivere singoli “individui”, ci riferiamo sempre al gruppo/branco.
Sarebbe preferibile il gregge tranquillo a brucare per pascoli noti e non ci accorgiamo che, ormai, sono bravi lupi.
Altro che ‘cavalli da condurre all’abbeveratoio ed è loro compito bere’. Questi, oggi, sono esseri liberi con nuovi linguaggi misteriosi per noi incomprensibili.
La cultura dovrebbe essere un cavallo ben sgozzato e squartato perché è di sangue e di carne che hanno sete e fame.
Gli adulti della tribù possono solo portare alla caverna le carcasse degli animali uccisi durante cacce faticose.
Si può solo raccontare la caccia, la paura e la fatica, il pericolo e la gioia della riuscita. I modi, le armi e le strade saranno altre e se le troveranno da soli. La selvaggina si sposta nel fitto della foresta e sarà sempre più difficile nutrirsi. Siamo noi che gli insegniamo l’arte dell’inganno, della contraffazione, della simulazione. Questo lo imparano bene. Altro che essere credibili e sinceri, gli insegniamo la menzogna del voto, degli orari e delle nostre assenze, le contraffazioni dei documenti. E vorremmo che fossero sinceri e credibili. Possono essere, e ci riescono benissimo, incredibili. Per la forza della loro voglia di vivere e di lottare dalla trincea in cui li abbiamo sistemati a dovere.
Basterebbe rimanere in silenzio sulla comoda poltrona alla cattedra e sentirli ‘vivere’. Parlare, borbottare, disegnare ghirigori nei quaderni e sui banchi e sui muri. Vederli masticare il cibo, quei grossi panini con la nutella, e bere avidamente dalla lattina schiumeggiante coca cola. Sentire lo sciacquio della gomma americana masticata e rimasticata. Il buon vecchio chewingum oggi profuma di vaniglia e salvia, di fragola e di menta.
  Parliamo piano e disegniamo, lentamente, i nostri giochi alla lavagna: equazioni o cicli o schemi grafici o mappe concettuali. Due o tre prendono appunti e a casa studieranno, consultando anche i libri o forse il web.
Tutti gli altri si agitano e sognano… la libertà… la vita… la strada... gli amici… le amiche … le belle ragazze conosciute in discoteca... le sigarette fumate… le sbronze… le corse in macchina….
  L’aula è una prigione che li rende insofferenti, vogliono uscire, passeggiare per i corridoi, andare al bagno a fare pipì, chiamare qualcuno al cellulare, mandare un messaggio, aspettano l’uscita come una liberazione. Vogliono liberarsi da chi vuole a tutti i costi giudicarli , valutarli, catalogarli, aiutarli a tutti i costi a crescere. Loro crescono comunque anche senza scuola anche senza famiglia anche senza obiettivi fissati da altri.
   Ho visto un giorno alla fermata dell’autobus un nostro studente, impenitente assenteista. Ero stanco della giornata scolastica e nell’attesa lo osservavo.
Mi aveva riconosciuto ma non ci siamo salutati.
Ho storto lievemente la bocca e sono rimasto a distanza. Giornata assolata. Il palo giallo sosteneva il corpo basso e panciuto, aveva la sacca dell’equipaggiamento per la ginnastica, accanto, sull’asfalto. Il giaccone nero aperto sulla maglietta bianca con disegni neri, e  un inquietante paio di occhiali da sole. Nerissimi, larghi, da gatto con due strisce come sopracciglia candide sulla parte superiore. In un film di Fellini li avrebbe indossati una passeggiatrice di via Veneto, sotto un grande cappello di paglia a pagoda.
Dopo mezz’ora è arrivato il lungo autobus con a metà la fisarmonica, sono salito, è ripartito. Lui è rimasto lì, fermo, immobilizzato in una posa senza tempo. Inquietante.



LEZIONE


  

Una lezione sorprendente

Vento gelido per strada e breve attesa alla fermata dell’autobus. La mano guantata scivola sul sostegno sino al fermo dell’incrocio col sostegno in basso. Guardo l’autista che con una veloce sterzata evita l’urto con un camioncino bianco, che si è fermato al semaforo giallo. Mi raddrizzo dall’improvviso sbilanciamento. “Ci vuole un fisico bestiale” per viaggiare sull’autobus.
  Passando sul ponte guardo l’ansa del grande fiume dorato e tre gabbiani bianchi con le ali aperte planare veloci verso la riva sabbiosa. Dai canneti fitti nel vasto argine spunta una nuova baracca con gli ondulati verdi, la parabolica e un lungo filo con la biancheria svolazzante. Davanti al portone di scuola mi fermo a chiacchierare con un gruppo di colleghi. In classe due soli studenti, ormai è così da tempo, rivederli tutti e undici, quanti sono, è cosa rara. Alcuni sono in gita scolastica a Monaco, quelli rimasti ritengono opportuno assentarsi anziché ascoltare ripassi o rinforzi. A giugno dovranno affrontare l’esame di stato che questo anno si chiama di nuovo “Maturità”. Così vuole l’istituzione.
La lezione si svolge col ripasso della manovella d’estremità. Ospite un ingegnere dei corsi SSIS.
Tutto scorre tranquillamente, con un intermezzo sui vini doc e sulle nuove leggi che hanno un effetto contrario a ciò che enunciano.
I prezzi elevati del vino doc hanno fatto aumentare i prezzi di quello industriale, che dovrebbe costare meno. Lo stesso effetto hanno le leggi contro la droga. Quello di aumentare il mercato sommerso e dunque il prezzo sul mercato. E, naturalmente, la curiosità verso il fenomeno.
Le successive ore in terza hanno visto il motore Diesel al centro dell’attenzione degli studenti, miracolosamente interessati.
Un intervallo di sigaretta e poi i chiarimenti teorici della prova di durezza del prof di pratica.
L’ampolla di cristallo si usa con semplicità e risparmio.
Una lezione sorprendente. Misteriosa.


GABBIA

 PIDARTVINTAGE

Fuori dalla gabbia


  L’animale nato e cresciuto in gabbia ha definito nel suo comportamento una sequenza legata ai confini che crede il suo universo. Maggiore è il tempo del condizionamento e molto difficile sarà che possa accettare anche solo l’idea di nuovi confini. Nella sua mente il blocco è quello del pensiero più potente: il mio universo è ‘quando e dove sono nato’.
E’ il luogo a cui può arrivare: dalla tana a quegli alberi, a quei cespugli. Accetta il suo destino segnato da altri, come l’unico possibile e sarà dunque prigioniero non del territorio in sé ma della limitata percezione che esso (l’animale) ne ha.
  Non riconoscere il contesto specifico dei limiti gli rende imprendibile la sua libertà in quanto incomprensibile. Il rischio è per lui riconoscere il varco nella rete di contenimento, zampetta avanti e indietro ma non riesce a oltrepassare la linea invisibile, fortissima nella sua impossibile percezione. Allora sogna e chiude gli occhi e nel sogno e nella realtà oltrepassa il limite. Di là il mistero dell’inconoscibile, e riconosce se stesso, e la paura lo riporta nella sua prigione; crede di essere morto, non trovando una sua realtà nota. Continua a non credere che possa essercene un’altra, altrettanto fiorita e cespugliosa e vitale.
  Se si forza ancora una volta, percorrerà una distanza maggiore e se ha potenza e vero desiderio di fuga proverà ancora a cercare altri confini e si troverà nuovamente ingabbiato e finalmente felice di sapere che almeno ci si può provare e che la realtà somiglia a uno straordinario universo a scatole cinesi.
  Oggi i ragazzi della terza ne hanno sperimentato una nuova. Nel laboratorio di macchine a fluido stavo accogliendo il chiassoso ingresso dei turbolenti studenti della quarta; dovevano fare la famigerata prova scrittografica, a fine unità didattica, riguardante la sollecitazione di flessione. Tale momento è sempre tempestoso e difficile da governare, la prova è strutturata in modo che tutto possa svolgersi nel modo per loro più vantaggioso.
Il mio comportamento deve (dovrebbe) essere rigido. Devono imparare a seguire un procedimento di pensiero complesso, che li renda autonomi nel mettere in atto un pensiero creativo e capacità di sequenzialità sia nei calcoli sia nelle procedure. Tutto deve essere offerto con la massima calma e chiarezza.
  Seduti nei banchi però non c’erano solamente i destinatari del lavoro ma anche altri, al momento estranei e dunque, per me, non riconoscibili. Alcuni erano allievi di terza e farli uscire dal contesto non è stato facile.
  Per qualche istante ho perso la calma, successivamente, quando mi hanno visto sorridere e hanno capito che erano solo scivolati di contesto, ‘scherzavano’, sono andati nel loro laboratorio, adiacente. Finalmente ho iniziato la dettatura del compito da svolgere e con nuova forza, dopo avere corretto alcune imprecisioni, tutto si è svolto, come doveva svolgersi. Svolgersi, dipanarsi e intrecciarsi. Occorre sempre definire nuovi confini.

Fuori dalla gabbia ho definito nuovi legami, con i due tutorati. Stiamo preparando alcune ore di un loro intervento didattico nella classe che sceglieranno e su argomenti che decideremo insieme. “Secondario” riguarda naturalmente quella che si potrebbe ancora chiamare scuola media superiore. Nuove gabbie. Necessarie affinché il futuro lavoro dell’insegnante sia più professionale, più preciso. Nuovissime gabbie. Tanto i nostri studenti sanno bene come fuggire, il desiderio della libertà è un pensiero ancora ben saldo nelle loro menti e nei loro corpi. 

RISCHI

 PIDARTVINTAGE

Menagerial risk

aria   vento un blocco in statua un gelo alle guance divento ghiaccio abbrancato all’anello d’acciaio del contenitore di rifiuti alla fermata dell’autobus       penso di morire
fuoco  la fredda giornata veloce muta in sole accecante sulle guance le vampe di fuoco fermo
acqua  galleggi su e giù per aria e ti pare di annegare tra le onde dell’oceano alga verde rinasci Cyanophyta1
terra    il muro ti regge le gambe ammollate e lasceresti il tuo corpo scivolare felice per terra
poi vomiti un blocco di sputo pulito ed è tutto finito.
 
  Sei stato in croce ti pareva di morire, ma hai sperimentato la speranza e la voglia di sopravvivenza e tanta paura avevi quanta è stata la gioia di ritrovarti che ce l’hai fatta.

  Nel gestire quello che viene chiamato “processo educativo”, il pericolo maggiore proviene dai possibili cortocircuiti proprio come potrebbe succedere in un impianto elettrico che debba affrontare carichi eccessivi e imprevisti. Dunque, il momento del cortocircuito è imponderabile, e nessuna previsione basata su statistiche, anche le più accurate, potrà evitare il danno. Il danno avviene perché il processo è stocastico e nello stesso modo occorre intervenire affinché non solamente divenga misurabile, ma intervenga da solo o quasi nel successivo intervento riparatore. L’impianto, rinnovato nelle sue parti obsolete o giunto ai limiti di rottura o superati lievemente tali limiti, dovrà contenere, nel suo nuovo progetto possibile, non solo una quantità di informazioni necessarie e sufficienti, ma possibilmente un numero triplo o quintuplo di possibili percorsi risolutivi.
  Alla potatura, eseguita nel modo più accurato, vale a dire mosso da intento di cura, e dunque anche l’emozione partecipa, non solo l’esperienza pregressa o fatta oggetto di studio, seguirà la miglior fioritura possibile solo se appunto è stata aggiunta la variabile emozionale. Si sarà così in seguito adatti a sopportare anche una fioritura non soddisfacente, strutturando una paziente attesa rinnovata o un altro luogo da utilizzare e controllare, che  dia maggiore soddisfazione.
  Dallo studio delle rose può nascere un circuito cifrato in cui le intersezioni del numero dei petali col numero degli stami generi un progetto più avanzato. Ad esempio uno studio di epigenetica: la nuova branca della biologia molecolare a stretto confine con la genetica ma  che da questa si distingue in modo sempre più netto. Se, infatti, la genetica studia la sequenza del DNA di un organismo, l'epigenetica comprende tutte le modificazioni chimiche che il DNA subisce dall'inizio alla fine della vita ma che non cambiano la sequenza dei geni. Mutazioni che sono alla base di rischi genetici.
                                                                                                                         

(1) Oscillatoriaceae Oscillatoria sp., Filamenti non ramificati caratterizzati da cellule appiattite.